Progetto Athanor >> Capo III: Arte, Società e Cultura secondo il pensiero di Luciano Pizziconi>> 3.2 L’arte come valore di relazione

‘Modello estetico’ e ‘Proporzione etica del giudizio’.
Ovvero «L’Arte come valore di relazione».
(di Luciano Pizziconi)
‘Aesthetic model’ and ‘Ethical proportion of the judgement’.
Or rather, «Art as a value of relation».
(by Luciano Pizziconi)

Per poter definire la condizione di una cultura, sarebbe indicativo osservare entro quali margini categoriali sia operante nell’individuo… E se coloro che si autoeleggono a rappresentarla siano tuttora capaci di attingerne il «Valore fondante» e parteciparlo, anziché veicolarne le devianze che la perdita di «Memoria», e perciò di co-scienza, produce allorché, come accade, per “cultura” si volesse intendere la sola gestione del “commemorare”… Cioè quell’apparato sostitutivo che vediamo infeudarsi nel nozionismo che fa capo alla retorica conservatrice del CONTROLLORE e alle sue ritorsioni, e che perciò non concede spazio ad alcuna riflessione critica del presente, ritenendo nel suo interesse “istituzionale” la distrazione continua dal tempo che ci riguarda e dalle problematiche non astratte che vi sono connesse.

In order to define the condition of a culture, it would be indicative to observe within which sectoral bounds it operates in the individual… And if those who do elect themselves to represent it are still today able to derive from it the «founding Value» and to participate it, instead of vehiculating its deviancies that the loss of «Memory», and therefore, of co-science, produces the moment that, as it usually happens, as “culture” we could intend only the direction of the “commemorating”… I.e. that substituting apparatus that submitting itself in the sciolism which refers to the conservative rhetoric of the CONTROLLER and to his retaliations, and which therefore doesn’t concede ground to any critical reflection of the present, believing in his “institutional” interest the continuous distraction from the time regarding us and from the not-abstract problems connected to it.

Allo scopo di intenderci, dunque, sarà utile ricordare quale sia il ‘valore ab origine’ di ogni cultura, (e dunque della «Cultura» come controparte e complemento della «Natura»), che perciò, tra loro, non si possono elidere né tantomeno eludere. L’etimo rimanda, infatti, alle parole ‘culto’ e ‘coltivazione’; il che rende esplicita tanto la valenza religiosa che socioeconomica della radice, volgendo entrambe a significare sia il «Patto» con il ‘numinoso’, che l’uomo avverte dietro il fluire le forme, sia il «Vincolo solidale» con i suoi simili, ribadito sul corpo della Terra, elargitrice e mater, nell’equa ripartizione della fatica, delle risorse e dei beni. Nel vincolo solidale e nel patto ‘Eros’ e ‘Necessità’ si fanno così contrappunto: il primo quale forza coesiva, la seconda come inclusiva.
E’ questo il «Valore fondante» di cui diciamo. In altre parole, occorrerebbe avere chiara consapevolezza che per cultura si intende l'appartenere alla natura e agli altri non meno che a sé, e in questo senso i linguaggi con cui la cultura si esprime oggettivano e rappresentano l'anima della comunità, ciò che appunto dà vita, alimento e memoria ai legami di cui essa consiste. Ecologia della mente e bioetica sono perciò tutt'uno con l'ecosistema delle relazioni sociali.

To avoid any misunderstanding, therefore, it will be useful to remember what it really is the “value ab origine” of every culture, (and therefore of «Culture» as counterpart and complement of «Nature»), that therefore, among them, cannot be elided nor eluded. The etymon recalls, in fact, to the words ‘cult’ and ‘cultivation’; that makes explicit the religious and socioeconomic valency of the root, both willing to signify the «Pact» with the ‘numinous’, that the man perceives behind the streaming of the forms, as well as the «jointly bond» with his fellow creatures, corroborated upon the body of the Earth, bestower and mater, in the just distribution of toil, resources and goods. It’s in the jointly bond and in the pact that ‘Eros’ and ‘Necessity’ make themselves counterpoints: the first as cohesive force, the latter as inclusive force. This is the «founding Value» of which we are talking about. In other words, we all should be conscious that culture means to belong to nature and to the others, as well as to ourselves, and in this sense the languages through which culture express itself objectify and represent the soul of the community, that precisely gives life, nourishment and memory to the bonds it consists in. Ecology of the mind and bioethics, therefore, are one thing with the ecosystem of the social relationships.

A maggior ragione, allora, nell'attuale contesto globalizzato, che tuttavia non è in grado di concordare una «Norma» condivisibile o valore corrispettivo, e ove margine e centro sono sempre più labili, “commemorare” la spartizione dei “codici” soggettivi anziché l'unità dell'«Intero», nel contempo ci appare un difetto e un eccesso, spreco e avarizia… e si dovranno riadeguare i nostri “linguaggi”, cioè le «Funzioni della cultura», ad un «Modello di relazione» di cui, il valore accennato, costituisca il perno, la misura e la logica universali. Senza tale premessa non avremo ‘colloquio’ e interlocutori, perché mancheremmo il solo riferimento comune e l’«oggetto» (di pensiero) su cui vertono squilibrio e uguaglianza, identità e differenza… mancheremmo cioè quella paritarietà di linguaggio che introduce la comprensione e l'accogliere, l'obbligo del diritto e il diritto dell'obbligo. Non soltanto. Compressi in spazi non più definiti e in assenza di un ‘denominatore condiviso’, continueremmo a collidere, inadeguati ad armonizzare le componenti specifiche di provenienza, ormai tutte interne al sistema multietnico e spurio che si è prodotto, e pertanto incapaci di ipotizzare speranze in un mondo sempre più frammentato, ingestibile e saccheggiato.

All the more reason, then, in the current globalised contest, that nonetheless is not able to agree a shareable «Rule» or a corresponding value, and where border and centre are always more unstable, “commemorating” the division of the subjective “codes” instead of the unity of the «Whole», in the meantime appears to us as defect and excess, waste and avarice… and we’ll have to conform our “languages” again, i.e. the «Culture’s Functions» to a «Model of relation» of which, the already indicated value, constitutes the universal linchpin, measure and logic. Without such a premise we won’t have ‘dialogue’ nor dialogists, since we would miss the only common reference and the «object» (of thought) on which disequilibrium and equality, identity and difference hinge on… namely we would miss that language’s parity that introduces to comprehension and adoption, to the right’s obligation and the obligation’s right. And not only this. Compressed in no more defined spaces and in the absence of a ‘shared denominator’, we’ll continue to collide, unsuited to harmonize the specific components of provenience, at this point all internal to the produced spurious and multiethnic system, and therefore unable to suppose any hope in a always more fragmented, unmanageable and plundered world.

Se dunque la comunità è costituita nel vincolo solidale e nel patto, e se la cultura consiste nel progressivo sviluppo delle tecniche e dei linguaggi compatibili che ne derivano e che ne sono espressione, senza partecipazione e osservanza del valore corrispettivo, di quella “comunità” non restano che la dismisura e gli scarti di una esperienza falsificata, di un progetto di convivenza abortito, poiché, disertando l'«Altro» non si ha più alcun linguaggio comunitario, comunione o comunità. Scompare il termine interlocutorio per cui l’IO può sussistere. Sarebbe perciò tragicamente risibile, e risibilmente tragico, perseverare nell'uso di termini tanto estranei al costume e che pure sono abusati nella nostra vaniloquente “cultura”, quali, ad esempio (oltre l’Io ed il Tu), “amore”, “fratellanza” e “pace”… giacché si dovrebbe tornare ad intendere da quale forma di equità o di legame trovino ascendenza comune quei termini…

If therefore our community is constituted in the jointly bond and in the pact, and if culture consists in the progressive development of the techniques and compatible languages deriving from it and of which they are an expression, without participation and observance of the corresponding value, of that “community” survive only the excess and the rejects of a falsified experience, of a stillborn cohabitation project, since, by deserting the «Other» we don’t have a collective language anymore, communion or community. It disappears the interlocutory term for which the SELF can subsist. It would be therefore tragically risible, and risibly tragic, to perseverate in the use of terms so remote to the custom and that yet are abused in our ranting “culture”, such as, for example (beyond the Me and You), “love”, “brotherhood” and “peace”… inasmuch as we should go back to understand from which kind of equity and affective bond do those terms find their common origin…

Quali sostituti mostruosi si introducano, poi, in tale “nientificazione” dell'essere discorsivo, in questa infermità collettiva del «Modello Estetico», che non può essere espulsa né condivisa, perché inconfessabile e privatamente vissuta nel dissolversi della parola e di ogni aggregazione sociale, ne constatiamo le aberrazioni allorché un ‘segno’, scollato dalla capacità percettiva ancor prima che dalla propria area semantica, non trova più risonanza nella sorda incapacità del mondo a concedere «ascolto», se non in quel “sito” ove il significante è codificato per anteporre al «Bene» il “profitto” e allo «Spirito di giustizia» il “mercato”, essendo gli alternativi ‘lógoi’ disintegrati in una babelica moltitudine di istanze, appartenenze posticce e opinioni parassitarie che incrementano le suggestioni e le soggezioni, e che nulla sanno più di equa ripartizione, empatia e valore di relazione.

Some kind of monstrous substitutes, then, introduce themselves in such “nullifying” of the discursive being, in this collective infirmity of the «Aesthetic Model», which can’t be expelled nor shared, since un-confessable and privately lived in the dissolving of the word and of every social aggregation, we do realize its aberrations when a ‘sign’, come unglued from the perceptive capacity still before than from its own semantic area, doesn’t find resonance anymore in the insensitive inability of the world to «hear» , if not in that “place” where the signifiant is codified in order to put before the “profit” to the «Good» and the “market” to the «Spirit of Justice», being the alternative ‘lógoi’ disintegrated in a babelish multitude of instances, artificial affiliations and parasistic opinions that increase suggestions and subjections, and that don’t know nothing more than equal repartition, empathy and relation’s value.

Fino al punto che parlare di “arte” sarebbe comico… perché, in tali strettezze, prima di avventurarci a congetturare il “bello” o il “brutto”, ovvero nell'impiego “estetico” dei nostri eventuali talenti, dovremo affrontare un progetto di ampio respiro, ricostituire quella «Proporzione etica del giudizio» capace di espellere il falso MODELLO di civiltà che abbiamo anteposto a noi stessi nel nome di presunti valori e per conto TERZI… e di cui i nostri sconnessi idiomi, tutti parimenti assolutizzati, perché appunto condizionati ed estranei a qualunque argomentazione condivisa, sono i conseguenti e retroattivi veicoli di contagio, che riproducono all'infinito il SISTEMA in cui allignano il PARASSITA ONTOLOGICO e il PARASSITA ECONOMICO.
Riconvertire gli “utili” all'«utile bene inteso», costituisce allora la necessaria premessa di una «Comunità globale» rifondata nel suo «Valore effettivo». Ciò significa una “ragione” non più settaria, omologante e manomissoria… vuol dire educarsi reciprocamente alla fiducia e alla compassione anziché alla competizione e al controllo... In tal senso, l'«Arte» è la ‘sintesi di valore’, o «Modello estetico», che esprime la comunione nel «Linguaggio» partecipato, e dunque la forma più elevata di relazione, perché educa tutti noi ad un colloquio che finalmente supera sia le strumentali diversità che la normalizzazione coercitiva.

Up to the point that to speak about “art” would be comical… since, in this scarceness, before venturing in the assumption of what is “nice” or “ugly”, or better, in the “aesthetic” employment of our possible talents, we’ll have to cope with a wide-ranging project, that is to reconstitute that «Ethical proportion of judgement» able to expel the false MODEL of civilization we put before ourselves in the name of presumptive values and on behalf of THIRD PARTIES… and of which our disjointed idioms, all similarly absolutized, since precisely influenced and extraneous to every shared argumentation, are the consequent and retroactive carriers of infection, which reproduce to infinity the SYSTEM where the ONTOLOGICand ECONOMIC PARASITE take root.
To convert again the “profits” in the «well intended useful» constitutes then the necessary premise of a «global Community» founded again on its «effective Value». This implies a “reason” no more factious, homologating and manumitting… it means to reciprocally educate to trust and compassion instead of to competition and control… In this sense, «Art» is the ‘synthesis of value’, or «aesthetic Model», that expresses the communion in the participated «Language», and therefore the highest form of relation, since it educates all of us to a dialogue that finally goes beyond both the instrumental diversities and the coercive normalization.

E sarebbe un cattivo espediente oscurare l'avvertimento, perché gli stessi che avviarono la TEOLOGIA DEL CONTROLLO, anziché educare le coscienze alla relazione, non sono in grado di contenerne gli effetti, neppure con la PAURA e con la VIOLENZA cui sovente ricorrono, in osservanza alla “logica” inversa su cui si fonda, ancor oggi, il preteso diritto di alcuni ELETTI a sacrificare l’Altro in nome della propria conservazione e del proprio “stile di vita”... mentre, quelli di noi che la erediteranno, sono comunque destinati a renderne conto… E non importa se in qualità di “vittime” o “beneficiari”, perché la colpa non è il “peccato” ma l'ignoranza. Ciò significa che soprattutto i poteri e le istituzioni, che furono concepiti per il «servizio», e non per l'indebita occupazione, potranno autenticamente sussistere solo in quanto rispondano di una verità di linguaggio che sia garante dell'autonomia di giudizio del singolo così come della responsabilità di ciascuno di fronte alla «Collettività», poiché unicamente questo rende consapevoli e certi quei vincoli che sono posti a difesa del «Bene comune», non certo l'alterazione o l'estromissione degli strumenti preposti alla potestà morale, e che perciò vanno intesi quali espressione del «Referente valore», intersoggettivo e sovraindividuale, che avremo saputo concordemente riconoscere ed eleggere a rappresentarci.

And it would be a terrible expedient to obscure the admonition, since the same who began the THEOLOGY OF CONTROL, instead of educating consciences to relation, they’re not able to contain its effects, neither with the FEAR and VIOLENCE to which they usually resort, in observance to the inverse “logic” upon which is founded, still today, the supposed right of some ILLUSTRIOUS PEOPLE to sacrifice the Other in the name of their own conservation and “way of life”… while, those of us that will inherit it, are anyway destined to give account of it… And it doesn’t matter if in the status of “victims” or “beneficiaries”, because the blame is not the “sin” but ignorance. This signifies that powers and institutions, that once were conceived for the «service», and not for the illicit occupation, will authentically have the possibility to subsist only as corresponding to a truth of language that is a guarantee both of the individual judgement’s autonomy and of everyone’s responsibility confronted with the «Collectivity», since only this makes aware and certain those bonds that are put as protection of the «common Good», and certainly not the alteration and exclusion of the instruments appointed to the moral power, and that therefore are to be intended as expression of the «Referent value», intersubjective and supra-individual, that we’ll have unanimously recognized and elected to represent us.

Soltanto allora, non più distorta dagli “a priori di senso” che il MODELLO FALSIFICANTE ha costituito, l'«Arte» indurrebbe una esperienza di verità non dissimile dall'esperienza metafisica e/o religiosa, cioè di «autentica relazione», perché resa possibile dal rapporto innovato che ciascuno ha dell' ‘Altro’ e con l' ‘Altro’… Relazione mediata da quel referente eletto che presiede alla equanimità del soggetto nel farsi della co-scienza, il cui significato, è noto, vuol dire appunto «conosco assieme». In tale prospettiva, l'individuo non soltanto partecipa alla rielaborazione dei contenuti che diciamo all'origine della/e C/comunità, ma, in virtù di essi, ridispone l’Ego, che si era autoescluso dal patto e dal vincolo comunitari, ad una «estetica condivisa» dei diritti e degli obblighi che la condizione di uomo e di cittadino comporta.

It’s only then that «Art», no more distorted by the “a priori of sense” constituted by the FALSIFYING MODEL, would lead into an experience of truth not different from the metaphysic or religious experience, i.e. of «authentic relation», because made possible by the innovated relation that everyone has got of the ‘Other’ and with the ‘Other’… A relation mediated by that elected referent who presides to the impartiality of the subject in the act of doing itself of the co-science, that means, as everybody knows, «to know together». In this perspective, the individual does not only participate to the revision of the contents that we say are the origin of the C/community-ies, but, by virtue of them, rearrange the Self, which had cut itself out from the pact and from the community bonds, to a «shared aesthetic» of the rights and duties that the condition of a man and citizen implies.

Avviene così che l'«artista», in assenza o carenza di «Proporzione etica», reagisca «esteticamente» alla sottrazione... Poiché egli avverte che soltanto la solidarietà nel patto e l’azione in tal senso garantiscono la «Cultura» nel suo Valore più alto, divenendo uno stato permanente della coscienza e, dunque, della «Coscienza dello Stato» in cui vive. Sicché, il suo talento, se fu educato per il ‘bene comune’, costituisce il solo anticorpo efficace, e la sola denuncia circostanziata, contro le malattie del SISTEMA. In questo caso, ciò che l'artificio ha sottratto, l'arte restituisce.

It happens therefore that the «artist», in the absence or deficiency of an «ethical Proportion», «aesthetically» reacts to the subtraction… Since he perceives that only the solidarity in the pact and in the action in that sense guarantee «Culture» in its highest Value, becoming a permanent state of conscience and, therefore, of the «Conscience of the State» in which it lives. So that his talent, if once had been educated for the ‘common good’, constitutes the only effective antibody, and the only circumstantial denunciation, against the SYSTEM’s diseases. In this case, what does the artifice subtract, art returns.

Dovremmo, allora, averlo assai caro, l'artista, anche per la reattività vigilante sulla nostra salute... e non soltanto perché ci offre una visione più elevata o profonda della «realtà»... Che ci rivela, nella fraternità del «dono», quanto di simile alla «giustizia» e al «bene» era evidente già nell'armonia del mondo e nella bellezza, il cui suggello è nel «vero». Vorrei pertanto sperare che la «Cultura», nella piena organicità della sua accezione e delle sue competenze, non fosse tenuta in sott’ordine, così come avviene, o considerata “additivo” per talune circostanze formali di una bassa politica, fin troppo spesso intesa in direzione mercantile e clientelare, poiché si parla dell'«Essenziale»... A meno che si voglia considerare marginale o superfluo ciò che ancora si potrebbe emendare dell'avvenire, rimuovendo, con una concezione intensificata dei nostri antichi e nuovi legami, quegli “emboli” che circoscrivono ciò che invece solidarmente deve fluire.

We should, then, have him dear, the artist, also for his vigilant responsiveness upon our health… and not only because he offers us a higher and deeper vision of «reality»… That reveals to us, in the fraternity of the «gift», how there was something similar to «justice» and «good» already in the harmony of the world and in beauty, whose seal is in «truth». I’d really like to think, therefore, that «Culture», in the full organicity of its meaning and competences, would not be considered in a subordinate position, as it always happens, or considered as an “additive” for some formal circumstances of the lowest politic, too often intended to a mercantile and patronage direction, since what is said is only the «Essential»… Unless we consider as marginal and superfluous what it could be amended of the future, removing, with an intensified conception of our new and ancient bonds, those “embolus” that circumscribe what normally solidally must flow.

Se non salviamo l’«Essenziale» non salveremo nulla. Non c’è alcun personale vantaggio in questa semplice conclusione, eppure a volte mi si domanda, forse con la miglior buona fede, se un tal «Modello di relazione», insieme estetico ed etico, possa mai avere o abbia avuto cittadinanza, nella nostra Natura… Ma non è appunto compito della «cultura» esserle complementare, e cioè concepire altre vie che producano una ‘Civiltà’ più felice, quando le “antiche vie” dimostrino di avere indotto nell’uomo un incubo permanente? Non sta forse a noi elaborare il pensiero dalla forma embrionale alla sua piena realizzazione? Forse abbiamo dimenticato che un modello culturale ha valore soltanto se contiene in sé gli elementi per essere superato. Altrimenti non vive, tantomeno rivive. Così non fosse, l’uomo di Neanderthal sarebbe oggi qui, in vece nostra, a replicare se stesso.

If we do not save the «Essential» thing we will not save nothing. There’s no personal advantage in this easy conclusion, and yet sometimes I’m asked, maybe with the best good faith, if such a «Model of relation», ethical and at the same time aesthetic, could ever have or had citizenship, in our Nature... But, precisely, isn’t a task of «culture» to be complementary to it, i.e. to conceive other ways that produce a happier ‘Civilization’, when the “ancient ways” demonstrate to have led mankind to a permanent nightmare? Isn’t it our task to elaborate thought from its embryotic form to its full realization? Perhaps we have forgotten that a cultural model has got a value only if it contains in itself the elements to be surpassed. Otherwise it doesn’t live, less more re-lives. If not, the Neanderthal man would be here today, to our place, to reply himself.

In generale, quel che dovevo dire l'ho detto... sia pure modestamente e con mezzi assai limitati, essendo appena un autodidatta in questa materia. Sicché l’auspicio è che altri possano indagare oltre e far meglio, perché è solo questa l’arte che io conosco.

In general, what I had to say, I’ve said it… even if modestly and with scarce means, being only an autodidact in this subject. So that my wish is that others could inquire beyond and better than me, because it’s only this the art I know.

Vi ringrazio, ho concluso.
Ocre - Binghamton University.

I thank you, that’s all.
Ocre - Binghamton University
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