Progetto Athanor >> Capo III: Arte, Società e Cultura secondo il pensiero di Luciano Pizziconi>> 3.5 Discorso per il conferimento dei Premi Athanòr 2008 (Cultura, Solidarietà, Pace)

Discorso per il conferimento dei Premi Athanòr 2008

Alla Pontificia Università Gregoriana, per la ‘Cultura’
Alla Fondazione Int.le Don Luigi Di Liegro, per la ‘Solidarietà’
Alla Fondazione Studi Celestiniani, per la ‘Pace’

PREMESSA. Quando si parla di «Cultura» alta, cioè che opera per lo spirito di giustizia e l’equità delle leggi, per la solidarietà e per la pace, per l’integrazione e la comprensione tra i popoli, ovvero a «Miglior Memoria» dell’uomo, credo si debbano ritenere evidenti le ragioni di un ‘riconoscimento’, e, sorvolando sull’ovvio, semmai cogliere l’occasione per esaminare lo stato di quei valori che ci auspichiamo e siamo qui ad onorare.

È del maggio 2007 l’affermazione del Sig. Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, secondo cui soltanto una «Cultura» radicalmente innovata nelle sue prospettive e nei suoi valori potrà arrestare il deteriorarsi del tessuto sociale e l’assuefatta rassegnazione in cui allignano mafie, corruzione e squilibri…
Cosa sia poi seguito, a tanto autorevole e condiviso richiamo, è sotto gli occhi di tutti, giacché continua ad operare, al presente, un “modello” di maleinteso “progresso” i cui strumenti e le cui finalità convergono in una “monolatria del profitto” che di fatto falsifica i bisogni primari dell’uomo e, con essi, la natura dei suoi rapporti col mondo.
Né si potrà negare che appunto la “cultura” stessa, nel repertorio più ampio e capillare dei suoi linguaggi e delle sue funzioni, sia stata la prima vittima compiacente di siffatto “modello”, asservita ormai al dispotismo parassitario degli interessi particolari, che ne distraggono le risorse e gli spazi in direzione mercantile e clientelare.
Quanto alla cultura dei “piani nobili”, sia pure con alcune eccezioni, in siffatto “sistema” non può che risolversi nel “nozionismo di appartenenza” o nell’ “arte di commemorare”…
Ne consegue che ogni valutazione morale e di merito, secondo il corrente “modus”, è inversamente proporzionale al progresso reale, perché il progredire delle virtù contrasterebbe i “gestori” di quel “modello”, elevando il grado di consapevolezza, responsabilità e vigilanza della società e dei singoli, massificati ormai in pochi slogans e costretti in una condizione di infantilismo perpetuo dalla quotidiana e procurata sequenza delle distrazioni, delle dipendenze, delle opinioni… Non più che marginali appendici funzionali alle “logiche corporative”.
E ciò spiega come, le cose sovrastimate, nel tempo nostro siano sempre di poco conto, poiché non pongono interrogativi “destabilizzanti”. Sicché non si vede alcun progetto che dia ragione dello spreco inaudito di occasioni e di intelligenze, se non un “atteggiamento culturale” invalso che garantisce i pochi nel proprio “status”.
Dunque “commemorare” non basta, perché è un falso scopo… e occorrerà prodigarsi affinché la «Cultura» non sia più elaborata nella “fabbrica” degli alibi discriminanti o delle postume affermazioni compensatorie, bensì ripensata nelle sue virtualità e rivissuta al servizio dell’Uomo.

A tal proposito, si vorrebbe approfondire il discorso includendo nella disamina di tali guasti anche le aree culturali di altre latitudini, che, contagiate dallo stesso “modello”, producono specularmente analoghi effetti con modalità peculiari.
Così come si vorrebbe almeno accennare alla similarità di certi atteggiamenti indotti, anch’essi “culturali”, ma di epoche riesumate, quali le discriminazioni sociali, religiose, razziali… di specie o di genere, secondo cui le sentenze migliori appartengono sempre ai “figli di una elezione”. Potremmo così comprendere meglio in che modo e per quali lasciti, culturali o subliminali, l’arbitrato dei nostri verdetti sia comunque condizionato, nella misura in cui siamo ignari delle cattive premesse che direzionano la nostra illusoria “potestà di giudizio”. E, infine, forse potremmo darci una ragione per le faide e i conflitti i cui moventi remoti si perdono nel mito, o tra le pagine dei testi dell’odio.
Si dovrebbe continuare… ma basti la citazione a comprendere che ciascuna di queste scorie costituisce “a priori”, ovvero una “interferenza culturale” del pregiudizio che continua a diffondere i suoi residui venefici, mistificando la relazione che ogni persona, in taluni contesti e malgrado il proprio livello di civiltà, ha con l’altro da sé.
Tuttavia, se la «Cultura» di cui diciamo consiste pure della disposizione a cogliere, nella complessità apparente, i nessi e la «Proporzione» intima delle cose/cause… come di una ‘invariante’ che la Natura esplicita per realizzarsi «Unità» entro limiti umani, al di là dei fenomeni, allora possiamo dire, e persino credere, che persiste nell’esperienza di ogni popolo, gruppo sociale o individuo, un medesimo ‘Oggetto di pensiero’ mediante il quale una comunità si realizza e si esprime nel suo «Valore» più alto… un fondamento etico del giudizio operante nella M/memoria (uno specchio del «Bene», se preferite), al di fuori dei libri mastri.
Una ‘memoria’ o un ‘bene’, allora, intersoggettivi e sovra individuali… il «Cum» di cui si alimentano i vincoli solidali e il tessuto relazionale tra identità e differenza, le nazioni e i governi, la Natura elargitrice e le speci… la ‘congiunzione ereditaria’ che una parte di noi stessi conosce quale «Valore fondante», e la cui carenza, lo abbiamo visto, introduce lo sfaldamento e la perdita dell’ «Intero», e, con esso, la morte categoriale e ontologica delle ragioni che fanno la vita e la «convivenza»… le sole capaci di armonizzare educando alla partecipazione, all’empatia, all’esperienza di esserci…
Eppure, per “anomalia di mercato”, presunti valori di impropria ascendenza incrementano l’opinione diffusa che giustifica la svalutazione, a monte e finale, delle valenze non mercificabili del «Valore» effettivo per cui una cultura esiste… mentre non siamo più che macchine desideranti formate alla “teologia dello spreco”.
È l’omologazione che toglie voce al pensiero, e non solo alle “minoranze”.
Ciò implica, si ribadisce, la scomparsa dei riferimenti sensibili indispensabili all’autonomia dei soggetti, e dunque di una interazione con l’ «essenziale» del proprio essere… lo spegnersi di una qualunque forma di contropotere critico in grado di valutazioni prospettiche, mancando, il soggetto, di una corrispondente capacità dialettica introspettiva.
Il che apre varchi, sempre più ampi, alla teofania surreale degli “idoletti” esibita dal “corruttore mediatico”, e ad una reazione di scadimento generale alla maschera pubblica o al feticcio sostitutivo.
Il prodotto culturale, in tale contesto, quale che sia il suo portato, viene inteso così come scarto, consumo superfluo, eccedente… e non depositario, veicolo o memoria del «Referente Valore», che dava credito, semmai, a tutti gli altri.
Quanto sopra, evidentemente, non inficia soltanto ciò che diciamo ‘estetica’ ma, induttivamente, si traduce nella cancellazione delle premesse ‘etiche’ che di una Società, ormai multietnica, costituiscono l’ultima garanzia…
E non a causa di un patrimonio umano sempre più eterogeneo per la contiguità e l’affollarsi di istanze, tradizioni, provenienze e idiomi, che pure cercano pacificazione… ma soprattutto quale difesa da ogni tentativo di ostacolarne gli esiti, vuoi alimentando le discrasie del “sistema”, vuoi evocando i fantasmi della “diversità”. Non è questa la via per un’etica nuova, perché nessun adempimento è possibile in una coscienza suggestionata o costretta, mentre dobbiamo considerare che, una cultura lungimirante, avrebbe potuto prevenire i guasti dell’economicismo globale imposto da quel “modello” più educando le oligarchie alla «Misura» che le masse degli indifesi alla cieca obbedienza o all’imitazione.

E allora, come correggere gli squilibri di cui la “cultura” invalsa è veicolo, con i suoi linguaggi, le sue omissioni e i suoi imperativi? Risulta provato che non puoi curare l’infermità con gli strumenti della malattia discorsiva… Occorre dunque un metalinguaggio che sottoponga a verifica le pretese dell’io, l’impegno risolutivo di una totale decantazione da ogni eccesso prensorio della logica indotta, o, meglio, la sua ‘conversione’ a una chiara coscienza del «Noi».
Ma questo concerne pure, evidentemente, la disposizione del singolo, la sua coerenza, la sua volontà… ed io potrei riferire soltanto il mio personale percorso, senza presumere altro… giacché tornare alle fonti della «Cultura», per me ha significato giungere a un «Luogo della Memoria» in cui credere ancora nella promessa di una «Parentela» e di un «Patto» rinnovati perché ideali e ideali perché originari.
Pertanto, riabilitare la nostra cultura o, meglio, la «Cultura» tout court, a mio umile avviso comporterà affrancare i linguaggi dalla infermità discorsiva che propaga la parcellizzazione degli interessi e dei verdetti che ne conseguono… Separare l’io dagli orpelli ristabilendo il vincolo, tra ‘parola’ ed ‘essere’, che identifica il valore di relazione che ciascuno ha con l’A/altro e che, avanti di ogni proclamata natura, ideologia o professione di fede, stia sempre e soprattutto quale «contrassegno umano». La «Cultura» non è che questo, prima di essere definizione. Ed è per la medesima circostanza che gli uomini a volte s’intendono, quale che sia il contesto di provenienza, perché tale è il termine ultimo, coesivo e inclusivo, da cui trarre sostanza ai propri argomenti e alimento alla poca sostanza di ciò che siamo. È una speranza, una preghiera, un auspicio.
E se, per provvida ispirazione, troveremo la «Via», lo dovremo a coloro che avranno avuto il coraggio di percorrerla fino in fondo, là dove il nucleo di ogni autentica appartenenza scaturisce da due soli aspetti: solidarietà e religiosità…
Se c’è una, infatti, c’è l’altra… allorché il legame e la prassi sono una sola «Cosa» nella parentela e nel patto originari per cui affermiamo d’essere «Comunità».
È perciò vero che senza solidarietà non si dà cultura, perché non può esserci comunità, né linguaggio comunitario, senza essere solidali… come è altrettanto vero che senza religiosità non si dà comunione, poiché non può esserci alcun legame virtuoso senza autentica partecipazione.
Ciò che ho compreso è che nessuna alternativa “cultura” può nascere, dal collidere degli egoismi, in quanto si è «Comunità» per scelta, non in “forza di legge”.
E se il “modello” di cui supportiamo e sopportiamo gli effetti non previde altra “logica” che quella di riprodurre le condizioni della sua esistenza, come potremmo modificare i nostri comportamenti se non affrontando in noi stessi il movente o la causa che lo fa prosperare?
Ne consegue che rincorrerne caritatevolmente i guasti non è sufficiente, e il compito che alla «Cultura» si impone è quello di enuclearlo ed espellerlo, nel contempo educando le prossime generazioni ad accogliere un «Modello di Relazione» rigenerato, una «Logica Altra».

In questo semplice assunto, sia pure nella certezza delle proprie limitazioni, il Progetto ed il Premio Athanòr hanno attinto la direzione, tra fede nell’uomo e provocazione, in difesa di una parola che dica ancora per sé affinché dica a tutti, di là di ogni sovrastruttura, opinione indotta o falso “apparentamento”. E allora in che può consistere, un modesto riconoscimento, se non del valore stesso di quella «Parola»?
In tale ottica, semplicistica ed evasiva sarebbe stata una elencazione dei meriti del Ricevente… così mi è parso doveroso esprimere piuttosto il ‘non detto’ del concedente, affinché i principi che in questa Sede onoriamo risaltassero di converso… e non sembrasse poi ciò che non era, e non doveva essere inteso, alla stregua di una mera formalità o di un rituale ripetitivo.
E mi piace pensare che, riconoscerci in essi, è fare «politica» nel modo antico, alla maniera socratica… alludendo quella «Tecnica Regia» di cui troppo si parla senza comprendere cosa sia.
Ringraziando il Signor Presidente della Repubblica, che ne ha dato l’impulso, e i presenti per l’attenzione, ho concluso.

Roma, Palazzo Santacroce;
Roma, Teatro della Visitazione;                                                                                                                                           Luciano Pizziconi
L’Aquila, Cattedra Bernardiniana.                                                                                                                                            (Marzo 2008)