Progetto Athanor >> Capo III: Arte, Società e Cultura secondo il pensiero di Luciano Pizziconi>> 3.1 Scienzarte – Un linguaggio che non offenda

CAPO III: Arte, Società e Cultura secondo il pensiero di Luciano Pizziconi

ScienzArte
Le sfide del terzo millennio
(Un linguaggio che non offenda, di L. Pizziconi)
ScienceArt
The Third Millennium’s Challenges
(A not-offending language, by Luciano Pizziconi)

PREMESSA. Mi sia consentito premettere che noi “assegnamo” compiti, alle parole, che in realtà ci designano… Da ciò discende, io credo, la propensione ad assolutizzarne il valore, esonerandoci dalle verifiche e omettendo di stabilire, nella esplicitazione e correttezza dei termini, quella paritarietà di linguaggio che è condizione ad assumere, nel rispetto del vero, i contenuti dell’altro. Vigilando sull’uso delle parole, pertanto, allontaniamo l’errore e l’incomprensione, rispondendo all’urgenza che ci chiama alla relazione, ad «essere» nel colloquio. Diversamente, a nulla giova biasimare le conseguenze che producono i nostri atti, o presumere di arrestarne il “determinismo” rincorrendone i guasti… poiché il mal-essere stava già nel linguaggio, che retroagendo sulle “intenzioni” ne potenzia la CAUSA. Tenteremo, dunque, di seguire assieme un percorso, allo scopo di giudicare se l’uomo ha compreso o frainteso i propri strumenti e, in un caso o nell’altro, se il futuro è già detto o, se qualcosa ci resta da dire, quale sia il modo che non offenda la sensibilità e la ragione. E in un tempo di confusione, mentre le istanze di ciascuno e di tutti sono prossime ad implodere, credo non vi sia sfida maggiore

PRELUDE. I’d like to premise that we “assign” tasks to the words, that actually represent us… From this derives, I think, our propensity to absolutize their value, releasing us from any verification and omitting the establishment, in the elucidation and correctness of the terms, of that equality of language that is condition to the assumption, in obedience to the truth, of the other’s contents. Paying attention to the employment of the words, therefore, we dismiss every mistake and misunderstanding, by replying to the urgency that calls us to the relations, to “be” in the dialogue. Differently, it is helpful blaming the consequences produced by our actions, or presuming to stop its “determinism” by chasing its faults… since the bad-ness was already in the language, which, retroacting upon its “intentions”, does strengthen its CAUSE. We’ll try, therefore, to follow together a path, in order to judge if the man did understand or not his own instruments and, in both cases, if the future has already been said or, if something is still to be said, which is the better way to do it without offending the reason and sensitivity. And in such a time of confusion, just as every one and everybody’s instances are going to implode, I think there’s not greater challenge.

(1) F. Nietzsche afferma che «l’uomo è l’animale non ancora stabilizzato», per questo, mentre l’animale abita il mondo e lo vive secondo istinto, l’uomo, tuttora agito da pulsioni indeterminate, è costretto dalla sua inadeguatezza a costruirsi un habitat che lo accolga. Ma è proprio in virtù di questa insufficiente stabilità istintuale che, sfruttando la genericità dei suoi impulsi, ha potuto raggiungere ‘culturalmente’ quella capacità di adattarsi che l’animale possiede già per natura. In altre parole, la carenza ha prodotto il rimedio, trovando nella aspecifica interazione con l’ambiente stesso le risposte occorrenti al riequilibrio della propria incompiutezza biologica. Risposte che, mutuate dallo sguardo re-attivo che diciamo riflessione, hanno direzionato lo sforzo evolutivo dell’uomo a quella co-scienza e memoria di sé indispensabili alla sopravvivenza. Infatti, se la coscienza consente di articolare rapporti, è nella memoria a risiedere la facoltà che ha permesso il ripetersi di esperienze determinate e, in seguito, di prevederne gli effetti, stabilizzando un sapere tecnico codificato poi nei linguaggi delle diverse scienze. In questo senso, M. Heidegger afferma che «l’uomo è tale perché risponde al linguaggio».
Ma il linguaggio - che in origine è la risposta emozionale nei confronti della natura che si rivela e, nel contempo, meraviglia di esserci e imitazione del segno che appare - mentre nomina la realtà che via via va ‘svelandosi’, si reinventa e si intrica, riflettendo ed elaborando una complessità che la torna a ‘velare’. Per cui, se da un lato esonera l’uomo dal ripetere alcune azioni, liberandone le forze creative, parallelamente, sempre più circoscrive le sue esperienze negli a priori codificati di mille gerghi specifici, che, de-finendo, perciò stesso sottraggono orizzonte all’Intero e interezza all’insieme. Finché, con il senno di Epimeteo, possiamo dire che è lo strumento ad espropriare il soggetto, parlato ormai da linguaggi che non comprende e che non lo esprimono… Svincolati, infatti, dai suoi riferimenti sensibili, per l’eccesso di ‘tecnica’, lo attraversano soltanto...
Tuttavia, se è vero, come afferma il filosofo U. Galimberti, che «la tecnica è l’essenza dell’uomo», bisogna concludere che l’ambivalenza dei suoi strumenti culturali era insita nell’uomo stesso, e che prescindere dalle categorie ch’essi impongono significherebbe negare le condizioni concrete della nostra esistenza. Si tratta qui di risolvere un’aporia già presente nel “Prometeo incatenato” di Eschilo, che in un mondo dominato ormai dalla “Tecnica” non riguarda più il solo Occidente.

(1) F. Nietzsche states that «the man in the beast not stabilized yet», for this reason, while the beast inhabits the world and lives it accordingly to its instinct, the man, still moved from unclear compulsions, is obliged from his inadequacy to build a housing habitat for himself.
But it’s by virtue of this insufficient instinctual stability that, exploiting the indefiniteness if his impulses, he could ‘culturally’ achieve that capacity of adaptation the beast already owns by nature. In other words, the deficiency did produce the remedy, finding in the specific interaction with the environment the answers necessary to the realignment of the own biological incompleteness. Answers that, borrowed from the re-active look that we call reflection, have directed the evolutionary effort of man towards that co-science and memory of himself essential to survive. In fact, if conscience enables to articulate relationships, it’s in the memory that resides the faculty that permitted the repeating of specific experiences and, afterwards, the prediction of their effects, stabilizing a technical knowledge later codified in the languages of the manifold sciences. In this way, M. Heidegger states that «the Man is Man since he answers to the language».
But the language – that at the beginning is the emotional answer towards the nature revealing itself, and, at the same time, astonishment of being there and imitation of the appearing sign – while naming the reality that step by step goes ‘unveiling’ itself, recreates itself and get complicated, reflecting and re-elaborating a complexity that ‘veils’ it again. Hence, if on the one hand it releases man from the repeating of some actions, getting loosed his creative forces, on the other hand it circumscribes his experiences in the codified a priori of thousands of specific jargon, which, through the action of de-fining, take away horizon to the Entire and entirety to the whole. Until, with Epimeteus’ discernment, we can say that it’s the instrument to seize the subject, by this time spoken by languages that it doesn’t understand and don’t express it… actually freed from its sensitive references, for the excess in ‘technique’, they only pass it through…nevertheless, if it’s true, as the philosopher U. Galimberti, states, that «the technique is the essence of man», we have to conclude that the ambivalence of its cultural instruments is implicit in the same man, and that leaving aside the categories they impose would signify denying the concrete conditions our existence. In this place we try to solve an aporia already present in the Aeschylus’ “Prometheus bound”, that in a world today governed by the “Technique” it doesn’t concern only the West.

(2) Come richiede Kratos, il dio della forza, in apertura della tragedia, Prometeo, per la sua tracotanza (hýbris), deve’essere compensato «secondo giustizia (dike), pagando il fio…», poiché sottraendo ad Efesto il segreto della tecnica, il fuoco, per farne dono agli uomini, egli non ha soltanto ignorato il potere divino, ma il dettato di Ananke, la Necessità, cui anche Zeus deve obbedire, giacchè essa riflette la Norma che custodisce il Cosmo (Kosmòs), e solo al Cosmo appartiene il Lógos. Dunque la sua empietà si spiega con uno squilibrio della Giustizia, poiché ogni gesto d’autonomia che voglia infrangere i limiti nasconde il rischio dell’imprevedibilità e dell’eccesso, e nello spreco e nel furto delle risorse è stabilita la colpa (hamartìa) del vivente, le cui catene, l’uomo, non potrà più spezzare, così come Prometeo, nonostante il suo nome (pro-methéos) significhi ‘colui che vede in anticipo ’. La ragione di Prometeo, infatti, è calcolante, come ci rammenta il riferimento a mêtis del suo nome che, prima di designare saggezza, prudenza ed astuzia, indica la Misura (da mêtron), il retto consiglio… per cui la mêtis deve commisurare i mezzi ai fini, secondo la Proporzione. Ma se l’autonomia della tecnica dà l’illusione di sciogliere l’azione umana dai vincoli posti da Ananke - e in generale dalla tirannia degli dèi di cui disconosce il potere - l’elisione della divinità lascia l’uomo in balìa di un mero sapere strumentale, capace di calcolare ma non di eleggere i fini, sin qui vigilati e sorretti dalla provvidenza di Zeus. Dunque, come spiega il filosofo Galimberti, alla colpa tragica - la sottrazione del fuoco, dal quale scaturisce ogni tecnica - se ne aggiunge una assai più terribile (examartìa), avendo ipotizzato, Prometeo, l’autosufficienza dell’uomo in virtù della tecnica. A questa nuova carenza, conseguita dalla scissione del patto con gli dèi, il pensiero greco cercherà una risposta con Platone, che al dettato divino sostituirà la politica quale ‘tecnica regia’, cioè il governo dei filosofi, i soli che possano contemplare il Bene ed attingerne le regole umane. Tuttavia, nel mondo classico, il sapere tecnico resta inscritto nella legge di Ananke, perché quando l’uomo non riconosca o non sappia, sono le Erinni vendicatrici a ristabilire proporzione e misura entro i cardini della Giustizia. «Ermes, messaggero di Zeus, / ti ha invitato a rinunciare alla dismisura, / per ricercare la saggezza nel retto consiglio. » (Eschilo - Prometeo incatenato - vv. 1036/1038).

(2) As Kratos, the god of force, claims at the beginning of the tragedy, Prometheus, thanks to his arrogance (hýbris), must be paid «in conformity with justice (dike), paying the penalty for it…», since, taking Efesto away from his technique’s secret, the fire, in order to give it as a gift to mankind, he not only ignored the divine power, but also Ananke’s provision, the Necessity, to which even Zeus has to obey, since it reflects the Cosmo’s (Kosmòs) preserving Rule, and it’s only to the Cosmo that the Lògos belongs. So my impiety becomes clear with a disequilibrium of Justice, since every autonomy act meant to break the limits hides the risk of unpredictability and excess, and it’s in the waste and theft of the resources that the living being’s guilt (hamartia) is defined, whose chains he won’t break anymore, exactly as Prometheus, despite his name (promethéos), which means ‘the man who sees beforehand’. Prometheus reason, in fact, is reckoning, as the reference a mêtis of his name remembers us that, before designating wisdom, prudence and artfulness, indicates the Measure (da mêtron), the right advice… for which the mêtis has to proportion the means to the purpose, accordingly to the Proportion. But if the technique’s autonomy gives the illusion of untangle the human actions from the ties set by Ananke – and in general from the gods’ tyranny of whose power he disclaims – the elision of divinity leaves mankind at the mercy of a mere instrumental knowledge, able to calculate but not to elect the aims, up to now supervised and sustained by Zeus’ providence. So, as the philosopher Galimberti explains, to the tragic guilt – the removal of fire, from which every technique originates – follows another guilt even more terrible (examartia), having supposed, Prometheus, man’s self-reliance by virtue of technique. To this new deficiency, derived from the division with the gods’ pact, the Greek philosophy will find an answer in Plato, who, to the divine provision, will substitute politics as ‘royal technique’, i.e. the philosophers’ government, the only ones able to contemplate the Good and to draw the human rules from it. Nevertheless, from the classic world, the technical knowledge remains inscribed in Ananke’s Law, since when the man does not recognize or know, here come the avenging Furies to re-establish proportion and measure within Justice’s cornerstones. «Ermes, Zeus’ messenger, /did invite you to renounce the intemperance, /in order to look for the wisdom in the right advice.» (Aeschylus – Prometheus bound – vv.1036/1038).

(3) Il pensiero greco è cosmo-logico e a-storico, naturalmente immerso nel tempo ciclico, che riflette - senza un ‘prima’ né un ‘dopo’ - l’ordine eterno delle cose. In questa disposizione d’animo, allora, ‘contemplare’ non è l’inazione, ma essere senzienti alla comprensione dell’Uno, delle sue regole e della sua giustizia… dunque il «Fare» per eccellenza, da cui scaturisce la poiésis, in cui si manifesta il Lógos. In tal senso si spiega la radice indoeuropea della parola chàos, che non ha alcuna attinenza con l’interpretazione biblica del “por fine al disordine”, bensì col greco chàsko ed il latino hiatus (dischiudersi, spalancare, intervallo)… cioè quell’apertura originaria (uroboro femminile) che contiene mondi, uomini e dèi, che include il possibile. Per cui anche della parola Kòsmos si offre una diversa interpretazione, poiché la sua radice kens (latino: censeo) significa “annuncio autorevolmente”, con riferimento alla ‘parola’ che, nel varco dischiuso dal chàos, è proferita con forza, senza poter essere smentita. Questa parola è il Lógos cosmico, che secondo Eraclito «divampa e si spegne secondo misure». Pertanto la contemplazione è svelamento, conoscenza del Bene, il che consente un agire che antivede le conseguenze, perciò capace di armonizzare ogni azione presente nell’unità del Tutto. Non si tratta più di “obbedire” ai dettati di Ananke ma, accogliendo le sue ragioni, evocare la presenza del Lógos nell’agire umano, perché il dolore risiede nell’ignoranza e precede la colpa.

(3) The Greek philosophy is cosmo-logical and a-historical, naturally immersed in the cyclical time, which reflects – without a ‘before’ nor a ‘then’ – the everlasting order of things. In this mood, then, ‘to contemplate’ is not the Inaction, but to be sentient to the comprehension of the One, of his rules and justice… so, the action of «Doing» par excellence, from which it derives the poiésis, in which expresses itself the Lògos. In this sense becomes clear the Indo-European stem of the word chaos, that has no relation with the biblical interpretation of the “putting an end to the disorder”, but rather with the Greek chàsko and the Latin hiatus (to open, interval)… that is that original openness (feminine uroboro) that contains worlds, men and gods, which includes the possible. Consequently, we have a different interpretation of the word Kòsmos too, since its stem kens (Latin: censeo) means “I authoritatively announce”, with the reference to the ‘word’ that, in the disclosed path of chaos, is uttered with force, without the possibility of being belied. This word is the cosmic Lògos, that according to Heraclitus «blazes and burns out according to measures». Thus, contemplation is a revelation, knowledge of the Good, that permits an acting that foresees the consequences, for that able to harmonize every present action in the unity of the Whole. It’s no more a question of “obeying” to the Anankes’s provisions but, accepting his reasons, evoking the presence of the Lògos in the human acting, since trouble resides in the ignorance and precedes the fault.

(4) Ogni tecnica è un’arte, e ogni arte ha un proprio linguaggio…E colui che eccelle in questo sapere (epistéme) possiede la virtù (areté) e il potere (d?namis) di applicarla: è agathòs (buono). Infatti, affinché un gruppo sociale esista è necessario che i singoli siano competenti e virtuosi, poiché «l’ingiustizia - che viene dall’ignoranza - è fonte di sedizioni e di odi, mentre la giustizia, invece - espressione della sapienza - stabilisce concordia e solidarietà» (Platone – Repubblica – Libro I). Dunque non è sufficiente eccellere, ma la competizione deve essere volta al bene comune. L’etica si definisce, pertanto, con i medesimi strumenti concettuali che presiedono alla scienza politica e ad ogni altra tecnica, che essa, a quel bene, direziona e coordina. Per cui, la corretta relazione che intercorre tra i termini dialoganti della co-scienza individuale (che significa, appunto, conosco assieme, dal greco sunoida e dal latino conscìus), risulta dalla sua trasposizione armonizzatrice nella comunità, che realizzando nel giusto fine la sostanza e la sintesi di tutte le relazioni manifesta la presenza dell’Essere, di cui è riflesso. Vengono così a convergere, in un unico punto, gli aspetti etici ed economici, morali ed estetici, in quanto la verità e la giustizia coincidono con la bellezza e con l’utile bene-inteso. Col valore che diciamo «Cultura» o, se così più vi piace, la cultura che esprime «Valore».

(4) Every technique is an art, and every art has its own language… And he who does excels in this knowledge (epistème) owns the virtue (areté) and the power (dýnamis) of applying it: it’s agathòs (good). In fact, in order that a social group exists it’s necessary that the singles are competent and virtuous, since «injustice – which comes from ignorance – is source of hates and riots, while justice, instead - expression of sapience – establishes harmony and solidarity» (Plato – Republic – Book I). So, to excel is not sufficient, but competition must be turned to the common good. Ethics defines itself, therefore, with the same conceptual instruments which govern the politic science and every other technique, that it, to that good, directs and coordinates. So, the right relation existing between the talkative terms of the individual co-science (which means, precisely, to know together, from the Greek sunoida and from the Latin conscìous) results from the harmonizing transposition in the community, which, realizing in the right purpose the substance and synthesis of every relation, manifests the presence of the Being, of which it’s a reflection. Here are to converge, in a single point, the ethical and economic aspects, since truth and justice coincide with the beauty and the well-intended useful. With the value we call «Culture» or, if you like it, the culture expressing «Value».

(5) Ragionare stanca, è la forma di lavoro più solitaria e più dura. Perciò assistiamo alla “spensierata” astensione dei più, che il filosofo ben conosce. La massa, infatti, si occupa dell’immediato, o ne viene pre-occupata, e il suo problema, generalmente, si risolve nell’ordine del contingente. Non sa nulla di cause prime e formali, efficienti e finali, non ha letto Aristotele. Dunque non può comprendere un impegno che superi l’individuo, né tantomeno un agire che possa inscriverlo nel contesto di quel Valore. Da questa predisposizione di fondo origina il falso scopo ideologico, l’apparato di una identità insussistente, le religioni del CONTROLLORE che, una volta ospitato, risospinge l’autonomia di giudizio al dettato, all’appartenenza e al sistema, anziché educare coscienze a un Modello di relazione inequivocabile. E’ forse a questo che pensò Platone quando dové risolversi a stabilire l’applicazione pratica delle “Leggi” che aveva enunciato.
E avrà concluso che un mondo contaminato dalla colpa dell’ignoranza non potrebbe emendarsi se non mediante un dualismo concettuale, cioè separando ancor più nettamente l’ALTO dal BASSO, il mondo delle eterne idee dalle sostanze contingenti e sensibili, lo spirito dalla materia, il corpo dall’anima…, acciocché il mediatore, il più contiguo all’Essere, e dunque alla misura di ogni valore, potesse averne l’incontestata giurisdizione. E sta in questo, io credo, l’avvio del presente, poiché l’apogèo della nostra cultura già contiene le cause del suo declino. Consegue, infatti, che il valore di relazione non indichi più la soggettivazione dell’esperienza, ma la sua quantificazione “oggettiva” attraverso la mediazione, lasciando inoperante ed estranea ogni interpretazione che a un tal valore è qualitativamente connessa per intensità e non certo per estensione. Si dice che «l’arte (o un’arte) sia esperienza di verità» (G. Vattimo), dunque è relazione con la COSA, di cui deve assumere l’intima realtà.Venendo meno l’esperienza im-mediata, pertanto, vien meno quella ‘sintesi di valore’ per cui la tecnica sarebbe essenza dell’uomo e nucleo dei suoi linguaggi. Ma, se è più arduo formare una coscienza che controllarla, tuttavia, depotenziando le sue relazioni si estingue ogni riferimento comune ad un esserci per cui il controllo possa essere verificato o appurata l’autonomia del dis-senso.
Dovremo allora auspicarci che la Tecnica costituisca un ‘abito’ di tale «essenza», ma non il Modello che la soddisfa, non ancora manifestato.

(5) Reasoning is tiring, it’s the harder and more solitary work to do. For this reason we assist to the “light hearted” abstention of the most, that a philosopher well knows. The mass, in fact, deals with the immediate, or is worried about it, and its problem, generally, turns out in the contingent’s order. It knows nothing about formal and primary causes, efficient and final, it doesn’t know Aristotle. So it can’t understand such an engagement surpassing the individual, nor such an acting that could inscribe it in the contest of that Value. From this underlying predisposition originates the false ideological aim, the apparatus of a groundless identity, the religions of a CONTROLLER that, once hosted, drives again the judgement’s autonomy to the provision, sense of belonging and system, instead of educating consciences to a Model of unequivocable relation. And maybe this was what Plato was thinking about when he arrived to define the practical application of the “Rules” he had enounced.
And he concluded that a world affected by the blame of ignorance could not rid itself if not through a conceptual dualism, i.e. by dividing still more neatly the HIGH from the LOW, the world of the everlasting ideas from the contingent and sensitive substances, the spirit from the matter, the body from the soul…, so that the mediator, the most contiguous to the Being, and therefore to the every value’s measure, could have the unquestioned jurisdiction over it. And it lays here, I think, the starting point of the present, since our culture’s apogee already includes its decline’s causes. it follows, in fact, that the relation’s value doesn’t indicates anymore the subjectification of the experience, but the “objective” quantification through mediation, leaving inoperative and remote every interpretation that to such a value is qualitatively related for intensity and certainly not for extension. It is said that «art (or a kind of art) is an experience of truth» (G. Vattimo), therefore is a relation with the THING, of which it has to assume the intimate reality. Failing the immediate experience, therefore, it fails that ‘value’s synthesis’ for which technique is man’s essence and nucleus of his languages. But, if forming a conscience is harder than controlling it, however, by reducing its relations we extinguish every common reference to a being there for which the control could be verified or established the autonomy of dissent.
We shall hope that the Technique will constitutes a ‘cloth’ of such «essence», but not the Model satisfying it, not manifested yet.

(6) Già eredi della visione zoroastriana del mondo, che reifica il BENE ed il MALE in una prima serie di opposti che non sono in natura ma nell’uso della ragione, l’innesto del dualismo platonico alle categorie giudaico-cristiane ne amplifica gli esiti, anziché ri-comprenderli in quella infermità discorsiva riconducibile all’assenza di relazione. E’ un regresso alla credenza mitica, che però si fa balzo in avanti nel riprodurre l’antitesi tra la pretesa umana di affrancarsi dai vincoli, inclusa la morte, e il suo cedere a forme di soggezione sempre più invalidanti, che ne riaffermano la dipendenza statuendo la pena. Inoltre, la conseguente criminalizzazione della materia, della natura e del femminile svalutando il corpo in favore di una pretesa nobiltà ed autonomia dello spirito, “disincarnato”, per così dire, da ogni fisicità, inibisce il godimento più umano e più edenico della Bellezza, che rappresenta il nesso tra la creatività (le muse) e la Memoria (mnemosyne), “perfezionando”, di fatto, tanto il DOMINIO dell’energia libidica (che da forza creativa liberata nell’arte si traduce in accumulo di “forza lavoro”, obbligata alla PRODUZIONE) che della sostanza-relazione-coscienza, i cui strumenti conoscitivi sono interdetti dalla nuova concezione di “virtù” e di “peccato”, introdotti dal cristianesimo e fissati allo schema. Obbedienza e astensione configurano la “virtù” funzionale agli scopi, e la repressione della sessualità si accentua in quel “senso di colpa” che si attiva col trasgressore. E’ il CONTROLLO a distanza. E infatti l’Io, che va ponendosi quale principio ordinatore del ‘Femminile’, presuppone una realtà sottoposta ove tutto ciò che è “altro”, dai suoi confini oggettivi, o ricade nell’ambito della “fede” o dell’incalcolabile, dell’estraneità e dell’inconscio. L’inconciliabile “differenza”. In altre parole, l’Io dissociato, non più espresso dalla co-scienza ma termine sostitutivo opposto alla relazione, si fa assertore di un’identità fittizia e totalizzante, che perciò stesso elude l’incerto, cioè quella materia in-distinta (mater) che esula il suo controllo, per reintrodurla, dopo averla rielaborata, secondo l’ordine posto dalla teologia del dominio maschile. Tutto è così “de-cifrato” secondo le intenzioni del testo, e non c’è errore al suo interno, né falsità, perché il GESTORE ne assiomatizza imperativi e promesse consegnate alla SUA mediazione.
Chi mai rammenta il dettato di Ananke, che ci previene dall’infrangere i limiti? E quale agire è conforme al sapere di una Giustizia che si esprime nella misura? Veicolato dalla Scolastica, l’ORDO che si va imponendo giunge alla biforcazione della Riforma e perviene a F. Bacone…E mentre l’‘Essere’ e ‘Dio’ già si dissolvono, sullo sfondo, ingombranti presenze di una ragione e religione “arcaiche” - perciò inadatte agli eventi che si preparano - anche l’Identità assoluta che insorge nel ‘cogito’ cartesiano, indagata da quegli stessi linguaggi di cui era il prodotto, viene de-costruita.

(6) Already heirs of the Zoroastrian vision of the world, which reifies the GOOD and the BAD in a first series of opposites that are not in nature but in the reason’s use, the graft of the Platonic dualism in the Judaic-Christian categories amplifies its issues, instead of re-comprising them in that discursive infirmity attributable to the absence of relation. It’s a regression to the mythical belief, which however becomes a breakthrough in the reproduction of the antithesis between human pretence to emancipate themselves from the bonds, including death, and its surrendering to submission forms always more crippling, which reaffirm its dependence by laying down its punishment. Furthermore, the consequent criminalization of subject, nature and feminine, by evaluating the body in favour of an ostensible nobility and autonomy of the spirit, “disincarnated”, so to speak, from every physicality, inhibits the enjoyment more human and Edenic of Beauty, which represents connection between creativity (the muses) and Memory (mnemosyne), “perfecting”, in fact, both the CONTROL of the libidinal energy (which from a creative force freed in the art becomes an accrual of “labour force”, obliged to PRODUCTION) and the substance-relation-conscience, whose cognitive instruments are interdicted from the new conception of “virtue” and “sin”, introduced by Christianity and fixed to the scheme. Obedience and abstention portray “virtue” functional to the aims, and the repression of sexuality intensifies in that “feeling of guilt” that activates itself with the transgressor. It’s the distance CONTROL. And for this reason the Self, which goes putting itself as regulating principle of the “Feminine”, presupposes a subordinate reality where all that is “other”, from its objective confines, or falls into the area of “faith” or of the incalculable, of extraneousness and of the unconsciousness. The irreconcilable “difference”. In other words, the dissociated Self, no more expressed from co-science but substitutive term opposed to the relation, becomes a standard-bearer of a fictitious and totalizing identity, that for this reason eludes the uncertain, i.e. that un-distinguished matter (mater) which goes beyond its control, in order to reintroduce it, after having re-elaborated it, accordingly to the order imposed by theology upon the masculine dominion. In this way everything is “de-ciphered” accordingly to text’s intentions, and there’s no mistake in it, nor falsity, since the MANAGER axiomatizes its imperatives and promises entrusted to HIS mediation. Who does ever remember Ananke’s provision, preventing us from the infraction of the limits? And which kind of action conforms to the knowledge of a Justice expressing itself in the measure? Vehiculated by scholasticism, the establishing ORDO arrives to the bifurcation of the Reform and reaches F. Bacon… And while the “Being” and the “God” already dissolve, in the background, cumbersome presences of “archaic” reason and religion – and thus inadequate to the preparing events – also the absolute Identity arising from the Cartesian ‘cogito’, investigated from those same languages in which it was produced, is de-constructed.

(7) Nel passaggio dal mondo antico alla nostra epoca, infatti, si era verificato un capovolgimento di prospettive nel concetto di «verità» e di «valore» elaborati appunto nel contesto giudaico-cristiano, e soprattutto nel medioevo, con una accelerazione sempre più esponenziale delle problematiche conseguenti, dall’età industriale ad oggi. Durante tale percorso, il fondamento dell’agire intellettuale (dal greco theoria e dal latino contemplatio) non fu più pensato come il fine cui inscrivere l’agire pratico, ma quale strumento operativo di questo, secondo l’asserto baconiano che «scientia est potentia».
L’anamnesi è da ricercarsi nell’accezione della parola ebraica ‘emet, che significa “compiere ciò che Dio ha assegnato”, il che implica piuttosto la pratica della verità nel FATTO (manipolazione) che nel FARSI lo svelamento di essa (alétheia), com’era nel pensiero greco. Dio avrebbe posto l’uomo nel mondo perché ne fosse il dominatore, dice la Bibbia, quindi “fare la verità” corrisponde ad obbedire il comando, cioè “diritto al dominio”. Il progetto scientifico viene così inserito nell’orizzonte teologico come idea di progresso… e poiché il mondo giudaico-cristiano - diversamente dal cosmo greco, che c’è sempre stato - è creato ex nihilo, la verità esatta si compie ex actu, a mezzo della parola , dunque la realtà si domina nominando le cose . Ma dietro questa volontà ‘adamitica’ di assumere magicamente attraverso il “nome”, si scorge ancora la sotterranea angoscia del nostro progenitore di controllare l’Incalcolabile.

(7) In the transition from the ancient world to our time, there had been a complete change of perspectives in the concept of «truth» and «value» just elaborated in the Judaic-Christian contest, and above all in the Middle Age (see, for example, Ugo from S. Vittore), with an always more exponential acceleration of the consequent problems, from the industrial era to our times. During this path, the basis of the intellectual action (from the Greek theoria and the Latin contemplatio) was no more considered as the aim in which inscribe the practical acting, but as operative instrument of this, accordingly to the Baconian assertion that «scientia est potentia».
The anamnesis must be searched in the meaning of the Hebraic word ‘emet, that means “to do what God did assign”, which rather implies the practice of truth in the FACT (manipulation) instead of BECOMING the revelation of it (alétheia), as it was in the Greek philosophy. God must have placed mankind into the world so that it could be the dominator in it, as it’s stated in the Bible, so “to make the truth” corresponds to the obedience of this command, i.e. the “right to the dominion”. The scientific project is in this way inserted in the theological horizon as an idea of progress... and because the Judaic-Christian world – differently from the Greek cosmos, that has always been there – is created ex-nihilo, the exact truth comes true ex actu, by means of the word, so we can dominate reality by naming the things. but behind this ‘Adamitical’ will of assuming magically through the “name”, we still perceive our ancestor’s subterranean anxiety of controlling the Incalculable.

(8) Con l’idea di “principio” e di progressione, il tempo si fa lineare, annunciando un “senso” e una storia che tuttavia non si compie se non oltre il “senso del tempo”. Questa concezione di “attesa”, come nulla dell’essere o di non presenza, lascia libero campo ad ogni “opportuna” desacralizzazione del mondo e di quei limiti normativi dell’antica Giustizia (Ananke e Dike) oltrepassando i quali è l’uomo stesso a non consistere di alcun valore che debba essere salvaguardato, egli stesso ridotto a COSA dalla “legge imposta”.
Date queste nuove e contraddittorie premesse, consegue che la “verità” è pre-disposta, non più effetto o valore di relazione, e che la ‘colpa’ viene dall’inosservanza di quella “legge”, non dalla “logica” della sua giustizia né dalla eticità del dettato (da ethòs: luogo in cui l’uomo vive la sua verità di uomo), per cui si esplicita una asincronizzazione tra la morale tecnica (i linguaggi) e la morale delle intenzioni, con ulteriore divaricazione tra il sentimento e la comprensione. Risulta evidente il depauperamento del concetto di lógos… e, se da un lato la scienza autonomizza i propri saperi a scapito dell’Intero, la religione predica l’ignoranza quale strumento di potere e di soggezione a scapito delle co-scienze. Si inferisce che il dolore e la colpa non sono più ascrivibili all’ignoranza del Bene, come affermava il filosofo greco, ma alla “disobbedienza”, e che pertanto non è colpevole chi irresponsabilmente “obbedisce”, ma è “responsabile” il trasgressore. Ed è in tal modo che la virtù abbandona l’esperienza del vero e si consegna a quella “santa ignoranza” che riproduce il guasto, la malattia dell’assenza. Il soggetto, che è così predicato, già non esiste più, e con esso è dissolta la ragione e il torto della sua abdicazione, perché ora è il linguaggio “tecnico” a dissociarsi dall’Io.
Gli apparati ideologici e i riti della nostra “cultura”, frattanto, in attesa che un ecolinguaggio ripristini una ecologia della mente, residueranno ancora nella struttura ‘tecnonomica’ che la nostra imprevidenza ha elevato a modello totalizzante, ma senza alcuna influenza sulle dinamiche della sua realtà sovrapposta, né efficacia rappresentativa nell’additare le condizioni di cui la cultura stessa è colpevole ma non confessa. Il feticismo tecnologico ha condotto alla commutazione dell’ordine naturale nel costrutto dell’artificio, mentre l’alienazione di sé e l’identificazione dell’Io col SISTEMA han deificato il MODELLO, reificando l’uomo al suo estremo servizio… Forse quell’éschaton, secondo l’ipotesi biblica, che pur cancellando ogni dominio rivelerebbe infine la volontà del “Creatore”. Ma nel mondo artificiale pianificato dall’uomo, il “Creatore” è già stato sostituito dalla proiezione del suo MODELLO, e la “creazione” dal MANUFATTO, sicché, a distanza di 25 secoli, Prometeo resterà incatenato alle teorie di A. Smith e di A. Comte, che, in un mondo agli albori dell’età industriale, profetizzano all’ “homo oeconomicus” il PROFITTO infinito...

(8) With the idea of “principle” and progression, time becomes linear, announcing a “sense” and a history that however doesn’t come true if not beyond the “sense of the time”. This concept of “expectation”, as nothing of the being and of no-presence, leaves the way open to every “appropriate” desacralization of the world and of those normative limits of the ancient Justice (Ananke and Dike), going over which it’s the man self to don’t have any value to be preserved, himself reduced to a THING of the “imposed rule”.
Given these new and contradictory premises, it follows that the “truth” is pre-disposed, no more effect or value of a relation, and that the ‘guilt’ comes from the inobservance of that “rule”, not from the “logic” of its justice nor from the ethicality of the provision (from ethos: a place where the man lives his truth as a man), for which becomes explicit an a-synchronization between the technical moral (the languages) and the moral of intentions, with a further divarication between emotion and comprehension. It results evident the pauperization of the concept of logos… and, if on the one hand science makes autonomous its own knowledge to the prejudice of the Whole, religion predicates the ignorance as an instrument of power and subjection to the prejudice of the co-sciences. We infer that pain and guilt are no more ascribable to the ignorance of the Good, as the Greek philosopher stated, but to the “disobedience”, and therefore it’s not guilty who without responsibility “obeys”, but it’s the transgressor to be “responsible”. And it’s for this reason that the virtue abandons the experience of truth and surrenders to that “sacred ignorance” reproducing the failure, the infirmity of absence. The subject, in this way advocated, already does exist no more, and with it are allayed the reason and wrong of its abdication, since now it’s the technical “language” to opt out of the Self. The ideological apparatus and the customs of our “culture”, in the meantime, pending an eco-language restoring an ecology of the mind, will still remain in the ‘technonomical’ structure that our improvidence did elevate to a totalizing model, but with no influence upon the dynamics of its overlapping reality, nor representative efficacy in the indication of the conditions of which culture is guilty without confessing it. The technological fetishism brought to the commutation of the natural order into the construct of artifice, while the alienation and the identification of the Self with the SYSTEM have deified the MODEL, reifying the man at its extreme service… Maybe that éschaton, according the biblical hypothesis, that though cancelling every domain would eventually reveal “Creator’s” will. But in the artificial world planned by the man, the “Creator” has already been replaced from the projection of his own MODEL, and the “creation” from the MANUFACTURE, so that, in 25 centuries, Prometheus will remain bound to A. Smith and A. Conte’s theories, who, in a world still at the dawning of the industrial era, predict to the “homo oeconomicus” the unlimited PROFIT…

(9) Da T. Adorno a E. Severino, senza dimenticare M. Weber, K. Jasper, M. Heidegger, M. Marcuse e molti altri, la filosofia recente ci avverte che una cattiva relazione introduce una cattiva sostanza, che a sua volta riflette una cattiva (co-) scienza. La perdita di connessioni tra i diversi linguaggi in tutto si corrisponde alla perdita di referente tra i singoli valori, e Nietzsche sintetizza affermando che i “valori” di cui si parla sono alibi strumentali alla egolatria del SISTEMA… e aggiungerei che, se la conoscenza è l’arte di distinguere senza che venga elusa la realtà dell’Intero, allora il sapere che vi sia sconnesso non costituisce SAPERE… così come un valore che non vi sia riferibile non è VALORE.
Dunque nessun linguaggio può assentarsi dalla relazione fondamentale senza destituire i termini del suo concepirsi, perché in tal caso non sarà più il Tutto ad assegnare le parti, bensì la parte al Tutto, invalidando qualunque prospettiva umana che la parola abbia mai evidenziato. Frattanto, in un contesto i cui ordini di grandezza soverchiano i suoi strumenti, il pensiero dell’uomo si attarda alle soglie dell’età industriale, sempre più divergendo da un agire pratico che lo agisce… mentre Capitalismo e Comunismo, dottrine umanistiche, e dunque preindustriali, sono l’ultima prova della insostenibile ambiguità delle sovrastrutture ideologiche. Nate, infatti, con le rispettive esigenze di “controllare l’avidità” e di “limitare lo sfruttamento”, sono entrambe fallite. Ma la prima, già collusa al MODELLO tecnologico dal XVIII sec., sopravvive ancora, mentre l’altra, superata dalla esponenziale crescita dell’economia occidentale e dal tardivo affiancarsi alla LOGICA DI MERCATO, è sepolta.
Osserviamo, pertanto, il “ricompattarsi” a livello mondiale del SISTEMA sopravvissuto, e l’irrazionalità efficientista che lo produce “razionalmente”…se è vero che soddisfare i bisogni essenziali dell’uomo è posto definitivamente in sottordine rispetto alla SUA capacità produttiva e alla varietà delle merci; che, rinviando all’inessenziale, riproducono il “fabbisogno”, incatenando il soggetto alla volontà del PRODOTTO. Dunque non è sufficiente adeguare i consumi alle necessità di ciascuno, bensì occorre che si consumi per alimentare il “bisogno”. E’ così che il CONTROLLO esibirà il SUO potere indirettamente: non più mediando i valori e le conoscenze, le relazioni e gli affetti, ma attraverso una teologia delle merci che fa coincidere la PERSONA al feticcio che lo individua. Tale il nuovo DOMINIO.

(9) With T. Adorno and E. Severino, without forgetting M. Weber, K. Jasper, M. Heidegger, M. Marcuse and many others, the recent philosophy informs us that a bad relation introduces a bad substance, which in its turn reflects a bad (co-) science. The loss of connections between the different languages entirely corresponds to the loss of a referent between the single values, and Nietzsche synthesizes by affirming that the named “values” are instrumental alibis to the SYSTEM’s self-worship… and I’d add that, if knowledge is the art of distinguish without eluding the reality of the Whole, then knowledge connected to it does not constitute KNOWLEDGE… exactly as a value not referable to it does not constitute a VALUE.
So, any language can move away from the fundamental relation without dismissing the terms of its conceiving, since in that case it won’t be anymore the Whole to assign the parts, but, on the contrary, the part to the Whole, invalidating every human perspective that the word did ever point out. In the meantime, in a contest in which the orders of greatness do overwhelm its instruments, man’s thought lingers on the on the verge of the industrial era, always more diverging by a practical action acting it… while Capitalism and Communism, humanistic doctrines, and therefore pre-industrial, are the last proof of the unsustainable ambiguity of the ideological superfluities. Born, in fact, with the corresponding exigencies of “controlling avidity” and “limiting exploitation”, they are both failed. But the first, already colluded to the technological MODEL of the XVIII century, still survives, while the other, overwhelmed by the exponential growth of the western economy and by the late drawing up to the LOGIC OF THE MARKET, is buried. We observe, therefore, the “reassembling”, at a global level, of the survived SYSTEM, and the efficiencist irrationality that “rationally” produces it… if it’s true that satisfying the essential needs of the man is definitely placed in a subordinate position in respect of ITS productive capacity and variety of goods; that, returning to the unessential, reproduce the “requirements”, chaining the subject to the PRODUCT’s will. It’s insufficient, therefore, to adequate the consumption to everyone’s needs, but, on the contrary, the consumptions are necessary to feed the “need”. It’s in this way that the CONTROL will indirectly exhibit ITS power: no more by mediating the values and knowledge, relations and loves, but through a theology of the goods that lets the PERSON coincide with the fetish characterizing it. This is the new DOMAIN.

(10) Ma nel generale impoverimento delle risorse a disposizione, si fa “irrinunciabile” un tipo di produzione che non abbia i suoi limiti nella capacità di spesa dei singoli… Di qui la scelta di investire negli armamenti, disponendo le condizioni di uno stato di guerra permanente che “ottimizzi” la produzione “minimizzando” la redistribuzione sociale delle risorse accumulate. Il fantasma evocato giustificherà “eticamente” tanto l’offesa preventiva quanto la sottrazione, e la paura del “nemico e(s)terno” renderà auspicabile la contrazione delle libertà civili. In tale orizzonte tutto il “senso” è NON-SENSO, poiché la TECNICA non ha bisogno di premesse etiche - che lascerà alla politica re-inventare - per affermare di esistere, giacché il suo COGITO è indipendente da ogni riferimento, e la sua “verità” consiste unicamente nell’esercizio dei propri mezzi, dunque nella rimozione del “senso” e nella provvisorietà del dato. E’ in questi momenti che le GRANDI DEMOCRAZIE rivelano l’inconsistenza dei propri “valori”, posti unicamente a garanzia dei profitti…Si spiega, altresì, l’analogia di tutte le demagogie e le etichette politiche, che in un sistema di rappresentazione ANCORA binario debbono mostrarsi in “opposizione”, pur essendo parimenti funzionali alla prassi dello stesso MODELLO cui sono soggetti.
Viene così occultato, in un pregresso dualismo concettuale che sembrerebbe un FARSI, il TOTALITARISMO LOGICO che risiede nel FATTO. I grandi numeri delle due guerre mondiali e le atrocità successive, inoltre, da conseguenze si fanno cause di per se stesse, e quotidianamente ci inducono a quella indifferenza che volge in nichilismo attivo (reazione sadica) e passivo (rassegnazione e fuga dalla realtà). Ma il non-volere, o il non-poter vedere, aumenta il divario tra il sentire e l’agire, allontanando da ogni forma sociale di autentica partecipazione e inaridendo quelle facoltà intuitive che sono al servizio della vita. Perciò la COLPA non è tragica in sé, ma il tragico è spegnere la percezione e la fantasia, quel non-vedere che ne perpetua gli effetti…E se intendiamo rifiutare la conclusione, dobbiamo accogliere il principio di un riequilibrio che, a partire da noi, interdica la CAUSA.

(10) But, in the generalized pauperization of the disposable resources, becomes “inalienable” a kind of production that has no limitations in the capacity of expense of the singles… From here derives the choice of investing in weaponry, disposing the conditions of a permanent state of war “optimizing” the production but “minimizing” the social redistribution of the accumulated resources. The evoked ghost will “ethically” justify as much the preventive offence as the subtraction, and the fear of the “e(x)ternal enemy” will make desirable the contraction of the civil liberties. In this horizon every “sense” is NON-SENSE, since TECHNIQUE doesn’t need ethical premises – which it will leave to politics to re-invent – in order to affirm its existence, inasmuch as its COGITO is independent from every reference, and its “truth” consists solely in the exercise of ones own means, therefore in the removal of the “sense” and in the temporariness of that fact. It’s exactly in these moments that the GREAT DEMOCRACIES reveal the inconsistence of their own “values”, given exclusively as a guarantee of the profits… It becomes clear, too, the analogy of all demagogies and political etiquettes, that in a STILL binary system of representation have to show themselves in “opposition”, even if they are similarly functional to the praxis of the same MODEL to which they are subject.
In this way it’s concealed, in a bygone conceptual dualism that would seem a DOING, the LOGIC TOTALITARISM residing in the DONE. The great numbers of the two world wars and the following atrocities, moreover, become causes of themselves from consequences, and daily induce us to that indifference that turns into active (sadistic reaction) and passive (resignation and escape from reality) nihilism. But the not-will, or the impossibility to see, increases the gap between feeling and acting, drawing away from every kind of social form of authentic participation and drying up those intuitive faculties that are at the service of life. Thus, GUILT isn’t tragic in itself, but tragic is the cutting off of perception and fantasy, that not-seeing which perpetuates its effects… And if we are planning to refuse the conclusion, we have to accept the principle of a realignment that, beginning from us, interdicts the CAUSE.

(11) Di tali cause e di tali colpe riassumiamo le conseguenze: L’1% della popolazione possiede il 57% della ricchezza mondiale, lasciando in retaggio al restante 99% il DEBITO del saccheggio e il peso dell’insolvenza…A ciò si aggiunga che, mediamente, l’uomo occidentale brucia risorse 25 volte maggiori che nelle restanti aree, producendo scarti e danni corrispettivi. La questione dell’incremento demografico, inoltre, benché attenuatasi negli ultimi due decenni, com’è confermato da J. Rifkin ed altre voci autorevoli, evidenzia anch’essa l’irresolvibilità dei problemi connessi all’alimentazione, alla sanità, alla alfabetizzazione, alla desertificazione del pianeta e alla sete, ai conflitti etnici e religiosi (che sono la perpetuazione di causa / effetto del MALE antico, camuffato di integralismi), fino all’esaurimento delle risorse energetiche e, più in generale, all’universale degrado dei rapporti umani, che si estremizza nelle piaghe sociali delle nostre città. Frattanto, il ritmo di estinzione della natura è 1000 volte superiore alla sua capacità di rigenerarsi. Se poi volessimo tornare alle promesse bibliche e ai suoi comandi, dovremmo constatarne i retroattivi effetti nella questione palestinese, ad esempio, o in quella pretesa all’imperio delle potenze industriali che autonomizza il “sapere tecnico” al punto che l’arroganza ha soppiantato il diritto e l’impunità la giustizia. Incompatibile al CALCOLO, infatti, la Giustizia è esclusa dalle variabili provvisorie, che non prevedono fondamenti ma PURE DETERMINAZIONI. Risultato oltraggioso per un INGANNO che si era posto quale CANONE definitivo, che si è risolto nella soggettività dello SPRECO e di una mattanza che non ha fine giacché, anteponendo a noi stessi un MODELLO di vita che non risponde più della «vita», nessuna vittima è troppo illustre, alcun limite inoltrepassabile. Dovremo dunque ricondurre alla salute dell’Uno la complessità invalidante, perchè l’autentica solidarietà è impossibile finchè un tale Linguaggio non ci appartenga. Tutto questo ci indica un Valore implicato, dell’esperienza, non riducibile a codici e determinazioni, che non può essere quantificato ma soltanto vissuto, perché consegue dalla potestà del soggetto a riconoscerlo nel Suo linguaggio e nonostante i linguaggi… e che perciò resta intimo ed essenziale: compreso perché operante e operante perché compreso nella Relazione fondamentale, il Modello infalsificabile.

(11) Of these causes and guilts we can reassume the consequences: “1% of the population owns the 57% of the global wealth, leaving at the remaining 99% the DEBT of robbery and the weight of insolvency… To that we have to add that, on the average, the Western man burns up resources that are 25 times more than in the remaining areas, producing proportionate waste and damages. The question of the demographic increase, moreover, even if eased off in the last two decades, as affirmed by J. Rifkin and other influential voices, points out the unsolvability of the problems connected to alimentation, healthcare, alphabetization, planet’s desertification and thirst, to the ethnical and religious conflicts (that are the perpetuation of cause/effect of the ancient EVIL, dressed up with integralism), until the exhaustion of the energetic resources and, more in general, of the universal degradation of the human relationships, which exasperates itself in the social plagues of our cities. In the meanwhile, the rhythm of nature’s extinction is 1000 times superior to its regenerating capacity. Then, if we’d go back to the biblical promises and its commandments, we’d have to realize it retroactive effects in the Palestinian question, for example, or in that imperial pretence of the industrial powers that makes autonomous the “technical knowledge” to such a point that arrogance replaced the right and impunity replaced justice. Incompatible with the CALCULATION, in fact, Justice is excluded by the provisory variables, that don’t foresee fundamentals but PURE DETERMINATIONS. An outrageous result for a DECEIT that had placed itself as definitive CANON, that solved itself in the subjectivity of the WASTE and of a never ending slaughter inasmuch as, putting before ourselves a MODEL of life which is liable anymore for «life», none of the victims is too illustrious, no limit is unsurpassable. We shall therefore track down to the health of the One the invalidating complexity, since the authentic solidarity is impossible until such a Language does not belong to us. All this indicates us an implied Value, of the experience, not ascribable to codes and determinations, that cannot be quantified but only lived, because it derives from the subject’s control to recognize it in His language and though languages… and that therefore remains intimate and essential: understood because operating and operating because included in the fundamental Relation, the unfalsifiable Model.

(12) Infatti, se il linguaggio è vissuto, l’intensificazione dell’esperienza rende oggettivo l’esserci del soggetto, manifestando il «valore» nella parola…una parola nuova perché ancora portatrice di «senso». Orizzonte di senso… che è l’antitesi degli a priori il cui significato è già inscritto nella volontà del SISTEMA e dei suoi apparati…dunque ampliamento delle facoltà intuitive, un destarsi alla relazione che ci chiama ad ‘essere’ compresenti. E forse in questo sta l’Arte, quale espressione incommensurabile del «Fare tecnico», quale vincolo naturale tra logica e fantasia; ciò che in linguaggio alchemico vien detto «Via Regia», poiché superando il guasto di un dualismo arbitrario riconverte all’Uno la via secca dell’intelletto maschile e la via umida dell’intuitività femminile… Che si dispiega, poi, nella capacità di vivere nel presente preparando il futuro. CONCLUSIONE. Ma se le religioni han costruito il soggetto per controllarlo, e se la tecnica lo ha decostruito perché non ne ha più bisogno, con l’Io vaniscono tutte le sue proiezioni, teologiche ed ideologiche, coi linguaggi che vi sono connessi, lasciando inescusso il Testo originario che avrebbe potuto spiegarci perché le cose sono andate in un modo e non altrimenti… E perché l’arte, la vita, la gioia sarebbero fondate sul niente ed, anzi, sarebbero NIENTE. A questo punto «nientificare il NIENTE» non è più abbastanza, perché l’errore che non è denunciato si ripropone nella memoria delle generazioni successive…E se la fede è un inganno della ragione, occorre dire che la ragione è una fede ingannata, perché la TECNICA ci concesse di sopravvire, ma soltanto i vincoli solidali che ci legano al Tutto assicurano la dignità di vivere e la civiltà del con-vivere. E’ per salvare se stesso, allora, che il CAPITALISMO dovrà negarsi, interrompendo il circolo vizioso che ha devastato l’ambiente e automizzato e atomizzato l’uomo, reinvestendo i suoi utili per sanare il dissesto ecologico della terra e delle coscienze. Forse conosceremo una nuova era in cui il Profitto sarà custode dell’Utile bene-inteso e non più teologia dello spreco. Abbiamo coltivato un sogno e non l’abbiamo compreso…Ci è stato offerto un Dono e non sapemmo riceverlo. Dovremo, dunque, reinterpretare noi stessi, dobbiamo intendere questa «Scienza»…Apprendere l’arte che non offenda la Natura né l’Uomo.

(12) In fact, when language is lived, the intensification of the experience makes objective the being there of the subject, manifesting the «value» in the word… a new word since it is still bearer of «sense». Sense’s horizon… which is the antithesis of the a priori the meaning of which is already inscribed in the SYSTEM’s will and in its apparatus… so, an enlargement of the intuitive faculties, an awakening to the relation calling us to ‘be’ co-present. And maybe it’s in this that Art lays, as incommensurable expression of the «technical Doing», since by going beyond the fault of an arbitrary dualism, it reconverts to the One the dry path of the masculine intellect and the moist path of the feminine intuitiveness… Which spreads out, then, in the capacity of living in the present preparing the future.
CONCLUSION. But if religions did construct the subject in order to control it, and if technique did de-construct it because it doesn’t need it anymore, with the Self vanish all its projections, theological and ideological, together with the languages connected to it, leaving unexplained the original Text which could explain us the reason why things are gone in this way and not otherwise… And the reason why art, life, and joy are founded upon the nothing or, better, are NOTHING. At this point to «nullify the NOTHING» is enough anymore, because the not denounced mistake comes up again in the memory of the next generations… And if faith is a reason’s illusion, it must be said that reason is a deceived faith, since TECHNIQUE permitted us to survive, but only the sympathetic bonds tying us up to the Whole guarantee the dignity of living and the civility of the co-existence. It’s only to say itself, then, that CAPITALISM will be obliged to deny itself, interrupting the flawed circle that has devastated the environment and autonomized and atomized mankind, reinvesting its profits in order to heal the ecological ruin of earth and consciences. maybe we’ll know a new era in which profit will be the keeper of the well-intended Profit and no more as theology of dissipation. We cultivated a dream and we didn’t understand it… we were offered a Gift and we weren’t able to receive it. Hence, we’ll have to reinterpret ourselves, we have to understand this «Science»… To learn an art that wouldn’t offend Nature nor Man.

Chieti – L’Aquila – Vasto.

Nota Il presente saggio si avvale di alcune considerazioni del filosofo U. Galimberti (“Psiche e Techne”).

Chieti – L’Aquila – Vasto.

Note. This essay makes use of some of the considerations of the philosopher U. Galimberti (“Psiche e Techne”).