Progetto Athanor >> Capo III: Arte, Società e Cultura secondo il pensiero di Luciano Pizziconi>> 3.11 Cultura solidale e contesto (Una intervista di Michele F. Tuozzo a L.P.)

«Cultura solidale e contesto»

(una intervista di Michele Ferruccio Tuozzo al poeta e filosofo Luciano Pizziconi)

 

Parliamo un po’ di Lei. Chi è Luciano Pizziconi?
Non saprei se, in effetti, c’è qualcosa da dire...
Sono stato definito maestro, profeta, alchimista, mago... e, ancora, poeta, filantropo o, più semplicemente, «un uomo».
Che potrei aggiungere? Spero nella ultima definizione.
Certamente siamo indotti “geneticamente” a impegnare la fama, forse per superare gli angusti limiti del nostro esserci... Ma parlare di se’ conduce inevitabilmente all'auto-magnificazione giacché, sia pure in toni sommessi ed umili, si finisce per evidenziare meriti e virtù che poi, ad una analisi approfondita, risultano valutati in eccesso... cioè più effetto della impressione mitica di quel che vorremmo essere che della visione realistica di quel che siamo. Tuttavia, se debbo rispondere ad un quesito posto con tanto garbo, vorrei esprimere la speranza di essere «chi» sono nella scrittura, perché mi piace pensare che parola e atto, nel loro intimo coinvolgersi ed esplicitarsi, convivono alla stessa mensa, comunione di spirito e carne in quella maschera che diciamo «persona» ed alla quale cerchiamo di somigliare, esaurendo in tal modo il compito che una sofferta conoscenza di se’ può averci assegnato.
Quanto al resto (rimandando a Google, o al sito che mi riguarda - www.lucianopizziconi.com - per le attività connesse al “Progetto Athanòr”), ritengo che le definizioni chiamino altre definizioni... e che perciò non siano risolutive.

Ha trascorso la vita sostenendo solidarietà e cultura. Le chiedo: quanto sono importanti per il miglioramento della società civile?
La sua domanda implicherebbe una risposta articolata e complessa o una capacità di sintesi straordinaria, poiché la mia personale esperienza, benché limitata, conferma che il contenuto dei termini che Lei pone assume accenti e densità specifici da luogo a luogo, da individuo a individuo, da epoca ad altra epoca...
E allora, a quale “cultura” si potrebbe alludere in questa babele di interferenze... e cosa intendere per “solidarietà” nel collidere delle istanze, nel sovrapporsi dei quotidiani abusi, nella cieca arroganza dei privilegi, in un momento storico tanto parsimonioso di equità e di attenzione che non ha più nozione del «Bene comune»?
Infine, considerando che di fatto, ormai, siamo agiti da una totalità illusoria, i cui molti idiomi si scontrano senza fondersi, ed urlano senza udirsi, a partire da quale linguaggio, o modello etico alternativo, si potrebbe avviare un autentico miglioramento sociale? Perché questa “totalità” è l’insieme, ma non ancora l’unità dell’«Intero», mancando del suo centro coesivo e del margine che l’include. Sicché tutti i termini sono aleatori, le valutazioni precarie... e le affermazioni risultano prive di fondamento.
Occorrerebbe dunque un denominatore non soggetto alle ottiche contingenti, all’incostanza delle opinioni, al trasformismo delle dottrine... o, in definitiva, alle “logiche” che sostituiscono gli argomenti con a priori di senso e gli strumenti concettuali con un congegno ripetitivo. In altre parole, dovrebbe essere posta la preminenza di un «Valore ab-origine», di un termine di paragone, in assenza del quale ogni pretesa verità sia riconosciuta mendace, e, al di fuori del quale, ogni supposta umanità sia dichiarata fittizia.
Un tal valore potrebbe costituire il cardine e la misura dell’esperienza, e dunque esser nucleo della «Memoria», spirito della parola e fulcro del nostro agire in relazione all’‘Altro’. Uno stato della coscienza, oltre le latitudini, capace di autonomia morale e potestà di giudizio.
Ciò premesso, Le rispondo che - certo - la cultura e la solidarietà migliorano i rapporti sociali tra gli individui in qualunque contesto, sia pure in modo discontinuo e difforme per gli esiti di ciò che in parte ho appena accennato... Ma occorre un più ampio orizzonte di senso ed una interiorità più profonda perché se ne realizzino le finalità che sono il segno distintivo del nostro «essere».

Dunque ritiene che la nostra epoca necessiti di un radicale mutamento dei suoi modelli?
Nella mia raccolta di “Scritti sull’etica dei linguaggi”, ed in ogni altra circostanza possibile, ho già parlato di questo.
In merito, quanto resta da dire è che, se un tempo fu negata la libertà delle idee, nel tempo nostro son negate le idee, poiché i linguaggi falsificati precludono la memoria che le fa affiorare e dunque l’humus che le fa durare.
Vediamo, infatti, che tutti i proclamati “valori” di cui si fa vanto sono stati oscurati nel nome di quegli stessi principii che dovevano essere garantiti.
Ciò è stato possibile per la “elasticità soggettiva” delle interpretazioni e delle applicazioni, rese duttili agli appetiti delle strutture i cui interessi, di volta in volta, debbono prevalere.
Sicché, elaborando i residui subliminali dei “vecchi idoli” che offuscano la nostra mente, tale è la modalità preminente con cui il
mediatore storico di quegli interessi camuffa e reinterpreta, nella sua epoca, il prototipo metastorico del potere, per sottrarlo alla decriptazione ed imporlo al consenso... Prototipo che perciò ha molte facce ma la stessa sostanza, e, nel contempo, costituisce sia il veicolo del controllo che l’anima del controllore.
Sarebbe quantomeno avventato, dunque, pensare di “correggere” un simile apparato di mistificazioni ed inganni, che invece può essere soltanto espulso e sostituito dall’autentica relazione... giacché «non puoi curare l’infermità con gli strumenti della malattia discorsiva» programmata dal
mediatore.
Inversamente, una “globalità” forzata negli squilibri, i cui
mediatori persistono, secondo gli abusati schemi, disattivando le coscienze e il giudizio, interrompe l’intimo significare che scorre dall’esperienza alla parola che la designa, e dal segno all’atto che lo verifica... Il che conduce, inevitabilmente, al collasso dell’organismo sociale, alla necrosi del tessuto relazionale, gravato ormai dal peso delle discrasie accumulate, non ultima, tra le quali, la perdita di empatia, che apre varchi all’indifferenza.
Indifferenza che volge in rapporto sadico, poiché l’individuo si atrofizza nell’“I
o” escludendo da tale identità fittizia tutto quello che è ‘Altro’. Sicché, ogni predicato di segno positivo che si volesse attribuire al prototipo con l’apparenza di poter lenire i guasti che riproduce, nei fatti si annulla per la rappresentazione del suo contrario, denunciando la menzogna del mediatore.

La prego, allora, di esporci, sia pure sommariamente, il Suo concetto di «Valore»... e quale incidenza assume nella Sua visione del mondo.
Tornando al suo secondo quesito, vorrei ricordare, ad esempio, che la radice della parola «cultura» è la stessa di ‘culto’ e ‘coltivazione’... vale a dire, astenendomi da una lunga digressione, che la progressiva articolazione delle tecniche, delle arti e dei linguaggi che vuole intendersi con tale termine, ha radici in un complesso di relazioni e di interazioni i cui aspetti decisivi sono il prodotto di una convergente elaborazione concettuale: il culto dei figli sul corpo della madre (Terra), che elargisce vita e sostentamento, e la coltivazione dei frutti, che presuppone la collaborazione di molti e l’equa ripartizione. In altre parole, un legame religioso ed un patto sociale che la coscienza umana universalmente ha esperito in analoga forma e che, tradotti in termini di appartenenza chiameremo «Comunità», tradotti in termini di valore chiameremo «Vincolo solidale».
D’altro canto, se analizzassimo l’ascendenza di ‘comunione’ (con-unione) e ‘comunicazione’ (con-unica-azione: quest’ultima, evidentemente, riferita al corretto agire della parola - che è fare, oltre che un dire -, ovvero a relazioni non falsificate), troveremmo conferma, nella pienezza dell’accezione, dell’archetipo della «Comunità» (con-unità: sottintesa, direi, di valore e di vincoli)... Ove il «Cum» è la radice irrinunciabile, l’‘Altro’ che sta dietro il ‘con-vivere’, il ‘con-patire’, il ‘con-dividere’, l’«Identità» che scaturisce al colloquio della ‘co-scienza’ (conosco assieme: da sunoida e consciŭs). E voglio sperare sia questo il futuro che attende.
Con tale intento, ho scritto che «se cultura è amicizia, allora verità è relazione e l’accoglienza è linguaggio» (linguaggio paritario, s’intende), frase in cui ciascuna proposizione può essere letta in diverso ordine senza offuscarne il senso o alterarne l’uso. E vorrei qui sostenere che non alludo ad una “comunità” immaginaria, poiché nient’altro sarebbe più concreto e reale, nel disorientamento attuale, che la necessità di riapprendere ciò che è stato dimenticato... Cioè che dove il vincolo solidale è negletto non si dà cultura, ma dis-valore soltanto, se la memoria che dovrebbe esprimersi coi linguaggi di quel valore già non esiste più che nelle sue “commemorazioni”.
A questo punto vorrei scusarmi se la stretta parentela dei termini e dei concetti che qui richiamo potrebbe far apparire tautologica la mia esposizione, che è volta, invece, a ricondurre ad unità l’essenziale.
Ciò detto, poiché ogni forma comunitaria (dal nucleo familiare al villaggio globale) esige la verità di un legame, inclusivo e coesivo, che sia universalmente riconosciuto e compreso come intrinsecamente umano, è concettualmente facile assumere il «Valore ab-origine» quale riferimento certo e «Modello» di tutti i soggetti e di tutte le relazioni, perché implicando il duplice aspetto del vincolo, religioso e sociale, che alimenta e che attua la comunità e la cultura, non può esserci momento più alto, nel pensiero dell’uomo, se è questo a decidere della sua umanità.
In conclusione, l’alternativa sta nell’apporto consapevole, nel «valore di relazione» mediante il quale ogni singolo intensifica il «vincolo solidale»... È questa la risposta culturale per cui la «Comunità» è nuovamente fondata nel suo «Modello» e nei suoi linguaggi, o desacralizzata e smentita per il valore sottratto.
Ed è in tale orizzonte di senso che io trovo la connessione tra solidarietà e cultura, appartenenza e professione di fede, responsabilità e partecipazione... tra una libertà che mi obbliga e un obbligo che mi rende libero.

Questi anni di impegno sono segnati da un bilancio positivo. Lei è stato ad un passo dalla proposta di candidatura al Nobel. Cosa può dirci in merito?
È vero che alcune Accademie Internazionali, senz’altro supporto che una scelta di scritti, mi hanno ritenuto meritevole di tale segnalazione... ma una pubblicazione dev’essere soggetta al mercato, avere un editore, apparire nelle librerie. Invece, come Lei sa, le mie pubblicazioni, tradotte in quarantadue lingue, sono unicamente e gratuitamente destinate al sostegno delle iniziative di solidarietà, e dunque “automaticamente” fuori commercio, fuori mercato e di qualunque ambito possa sottolineare il mio impegno.
Tuttavia, pur negli spazi inospitali che mi sono propri, poiché me lo chiede, ho ricevuto riconoscimenti che talvolta mi hanno indotto a pensare di avere fatto il mio meglio.
Per citarne alcuni, sono stato proclamato “Autore e studioso di fama internazionale” dall’Assemblea Legislativa dello Stato di New York, mentre il Senato me ne ha conferito la “Cittadinanza Onoraria”. Ho inoltre ricevuto le chiavi della Città di Binghamton e il Diploma di Merito della omonima Università, laddove, la Città di Vestal ha dedicato, invece, un giorno festivo a mio nome. Sono stato premiato, in diverse occasioni, per la poesia edita, inedita e alla carriera; per l’etica dei linguaggi, la solidarietà e la pace; per la saggistica, la cultura e quale promotore di eventi; per il teatro, la filosofia, i diritti umani e l’opera omnia... nonché proclamato “Poet of the Millennium” dall’“Accademia Mondiale dei Poeti”, con sede in India, e “Personaggio dell’Anno” in altre circostanze.
Sempre gratuitamente, ho retto incarichi direttivi di accademie e un giornale, partecipato a convegni e tenuto conferenze; sono poi stato accolto quale membro H.C. dall’“Associazione Internazionale dei Critici Letterari”, con sede a Parigi, e due Università della Libera Età dell’Abruzzo mi hanno conferito il titolo di “Professore emerito”. Presiedendo il “Progetto Athanòr”, di cui sono fondatore, ho realizzato gemellaggi con diverse città italiane e straniere, e nelle iniziative a sostegno di realtà emarginate, sono state coinvolte istituzioni e organizzazioni di volontariato internazionali, oltre a personalità di prestigio e artisti di numerose nazionalità. Per queste sue attività, la mia associazione ha ricevuto la “Medaglia del Presidente della Repubblica”...
Ciononostante, al di là della sfera personale, che non altera il mio giudizio, debbo ammettere che tutto questo ha poco influito sulle oggettive tendenze e necessità del contesto, ancor meno se valuto la carenza sostanziale delle risposte in termini di effettivo impegno. Ma appunto questo è il motivo per cui ciascuno di noi deve insistere nel prodigarsi.

Tanti sono i premi letterari che si svolgono in Italia. Alla luce di quanto ha espresso, crede che siano significativi per l’arricchimento culturale?
È questo un argomento sul quale avrei delle riserve.
Mi consenta allora di rispondere in breve che l’importanza di un riconoscimento sta tutta nel valore dei concedenti e che, pertanto, la valenza etica di un premio procede dai contenuti che si vogliono veicolare e non, come sovente avviene, nel replicare all’infinito vetrine che servono soltanto agli illusionisti.

Potrebbe consigliare qualcosa alle lettrici e ai lettori di Albatros che volessero impegnarsi per la solidarietà e la cultura?
Non credo vi sia una formula compatibile a tutti e, se esistesse, non sono saggio abbastanza da riconoscerla.
Ma credo che a ciascuno sia concesso di apprenderla secondo la chiave di lettura e d’intenti che ha ereditato.
Posso soltanto aggiungere che entrambi i termini oggetto di questa conversazione costituiscono per me l’essenziale, poiché attengono sia la qualità che la verità dei rapporti che intratteniamo con noi stessi e con l’‘Altro’.
Dunque, il mio modesto consiglio è di non tradire la propria natura, ma di secondarla a realizzare i suoi scopi senza aspettarsi o pretendere nulla, perché il talento è un dono che dobbiamo trasmettere, un lascito che dobbiamo restituire... e la maggiore gratificazione che possiamo ottenere sta in questo.

RingraziandoLa per la disponibilità e l’attenzione, vorrei concludere l’intervista citando alcuni Suoi versi:

«Come sarebbe il mondo
non è dato sapere,
ma vediamo qual è...
Ora dovremo scegliere
come vorremmo fosse.»

 

In Ocre, li 14 febbraio 2010 Michele Ferruccio Tuozzo