Progetto Athanor >> Capo III: Arte, Società e Cultura secondo il pensiero di Luciano Pizziconi>> 3.4 La parola e l’ascolto

‘Perdonanza 2007’ – Aspettando Celestino
Da Vieste ad Anagni: la «compensazione dei santi».
(Luciano Pizziconi)

Scriveva Buccio da Ranallo: “Et poi andò ad Napoli non so per che mistero./Quando lu gloriosu ecco fu coronato?/Correano li anni Domini, come ve fia contato:/Anni Mille et duecento novanta quattro è stato./Sia chi esaltò L’Aquila beneditto e laudato.”
Il 13 dicembre di quello stesso anno era tutto finito. Dopo la rinuncia di Celestino, appellato già “amico e protettore di eretici”, il Caetani, fattosi Bonifacio, mutò volto ed avviso, negando al predecessore il consenso di ritirarsi dal mondo.
Nel giorno della sua intronizzazione, del resto, con una Bolla diretta all’Arcivescovo senonense, il nuovo Pontefice aveva annunciato le premesse del suo “magistero” e il ritorno ad un concetto di “Chiesa” come potere assoluto: cioè preteso per impunita eredità di manomissioni e di arbitri, di là dei quali la nuda figura del Messia è di scandalo per siffatti “cristiani”, poiché Egli è il Modello im-mediato di relazione nella pratica di una quotidiana esperienza, non edulcorata esegesi ed esproprio della co-scienza.
Appunto per tali motivi il Cristo era stato condannato dai sacerdoti e dagli “uomini pii” del suo tempo, perché “eresia” ed “eversione”, in ogni epoca, sono sinonimi per il potere, e in definitiva sogliono indicare il pensiero che non può essere controllato o inglobato.
Cristo fu dunque eretico ed eversore, e così quanti, su tale esempio, ritennero di enunciare il “guasto originario” per cui nulla muta se non di aspetto. Il che spiega pure come il “santo” è così dichiarato quando la sua santità più non nuoce ai ministri dell’avversario.
E cos’era, Celestino, a sua volta, per i potenti del secolo decimo-terzo se non imitazione di ‘Quella’ «Pietra angolare» posta a legittimazione della Ecclesia Universale e, tuttavia, costantemente d’inciampo agli appetiti insaziabili dei suoi propri rappresentanti?
Non fosse stato per la pietas popolare, anche Francesco, nel 1228, sarebbe entrato nell’ “immaginifico” elenco degli eretici scomunicati, giacché chi ha il potere decide, perverso che sia il suo movente e oscurata la sua ragione.

Ed eccolo ancora in fuga, l’ottantenne Angelerio(1), dopo la breve sosta di Sant’Onofrio, appena per un abbraccio e già raggiunto dal camerlengo Teodorico d’Orvieto, con l’ordine di Bonifacio, impartito il 26 gennaio 1295, e non eseguito, di condurlo prigioniero ad Anagni.
Non seppe, Celestino, le asprezze sopportate dal fedelissimo Angelo da Caramanico, rimasto al Santuario per prendersi cura del confratello Roberto di Salle, quando il camerlengo tornò…
Non seppe del suo arresto e della sua morte, di lì a poco, nel carcere di Santa Cristina, sito nell’isoletta di Marta, sul lago di Bolsena… mentre egli stesso vagava pei monti e le aguzze doline abruzzesi in cerca di rifugio e di pace.
Accompagnavano Celestino alcuni dei «poveri eremiti» di Angelo Clareno, così ribattezzati da lui medesimo e una volta detti «spirituali» di Pietro da Fossombrone, inermi seguaci della originaria dottrina, anch’essi perseguitati, tra i quali conosceva Corrado da Bazzano, Pietro da Monticchio, Corrado da Spoleto, Pietro da Macerata, Iacopone da Todi… Di questi, con intimo trasalimento, aveva ricevuto i rozzi e durissimi versi a Castelnuovo, dopo già le arroganze, le pressioni o gli inganni del Re di Napoli, dei Cardinali, del Castroceli, e forse dei Celestini… : “Se l’offitio ti diletta/nulla malsania più infetta:/Bene è vita maldetta/perder Dio per tal boccone…”, che lo avevano affrettato alla rinuncia più che mai fatto certo che la sua vita era offerta necessaria, seppure umile contropartita, di questi mali e degli altri generati dal ‘Secolo’.
Così dové pensare Angelerio, mentre i confratelli di esilio, attorno a un focherello stentato, citavano a sera le profezie di Gioacchino da Fiore, in odor di eresia cent’anni prima: “Ascenderà, simile a un novello duce veniente da Babilonia, un universale Santo Pontefice della Nuova Gerusalemme, in figura del quale fu scritto nell’Apocalisse: Vidi un angelo ascendere dall’Oriente portando il sigillo del Dio vivente…”
Finché, Celestino, era stato convinto da Angelo Clareno a rifugiarsi in Grecia per ricostituire una Chiesa Santa.
Ma era questo il volere di Dio?… Non sarebbe stato, in futuro, accusato di scisma? Già una volta gli era stata forzata la mano, e solo per giungere ‘qui’…
Tuttavia, al momento, doveva sottrarsi anche a Carlo, intimato da Bonifacio, e accettò di avviarsi verso la punta estrema del Gargano, nella speranza di imbarcarsi a Vieste e por fine al peregrinare.
Sostarono nella selva tra Cerignola e Foggia, poi al Monastero di San Giovanni in Piano… e soltanto alla fine di quell’aprile del 1295 giunsero a destinazione.
Ma il mare era agitato, le piccole imbarcazioni tirate in secco. Aspettarono un segno.
Nove giorni ristettero a Vieste, con la pioggia battente, e il segreto non resse.

Quando Guglielmo di Estendard, ufficiale del re di Napoli, accompagnato dal cavaliere Pietro da Cremona e dal Priore della Santa Milizia, Ludovico di Alvernia, bussò alla porta del suo rifugio, Celestino seppe che il viaggio era concluso. La voce della cattura si sparse ovunque, e i discepoli in seguito scrissero che “una moltitudine innumerevole sorse per ogni dove”, sicché il suo calvario fu mutato in trionfo…
Da Vieste a Foggia, a Val di Gaudio, a Benevento, parve che ‘Dio’ stesso testimoniasse una particolare predilezione per il taumaturgo eremita, sicché decine furono i risanati, lungo il cammino, mentre Bonifacio, preso da incontenibile collera, andava urlando il suo disprezzo per “tale insopportabile fanatismo pagano”…
Frattanto, giunti a Capua, Celestino fu consegnato a Teodorico di Orvieto, che deferente baciò la sua mano, dicendo che “il Pontefice avea gran desiderio di rivederlo, e che lo attendeva nella città di Anagni.”
Durante l’ultimo tratto, forse il morronese ebbe modo di avvertire in sé quell’enigma che cela all’uomo il sembiante più intimo delle cose, giacché, come tutti ormai sanno, il camerlengo prese vie sconosciute e sentieri notturni per sottrarre alla vista e al tripudio di nuove folle il suo prigioniero.

Cosa possiamo congetturare, che non sia stato detto e centellinato? Stando alla evidente e precoce sua vocazione, e alla fede incontrovertibile in ogni circostanza, avrà di certo assunto il senso di quella ‘Croce’: «Se vi libero dalla paura della morte, allora sarete liberati dalla vera morte…” Ma non era stato così, in un mondo ancora ostaggio di principi litigiosi ed avidi come Aragona ed Anjou, come Orsini e Colonna… Perché appunto il potere altro non è che questo: oscurare il “lume” dei vivi mediante il terrore dell’ “ombra”.
Così, a distanza di 13 secoli, Colui che innocente si era offerto in espiazione, come ‘vittima giusta’ ed ultima (perché fosse mondo, l’uomo, dalla colpa dell’altrui sacrificio e disposto, ove necessitato, a condividere la sorte di «Escluso»), lasciava inalterata la “regola” antica, la logica sacrificale, mutuata dalla indotta cecità dei molti e dalla proteiforme astuzia di “sacerdoti” e “guardiani”.
Celestino aveva sì provato, per ispirazione divina, a scalfirne il potere con la Bolla del 29 settembre, a un mese esatto dalla sua incoronazione in quella Basilica di Collemaggio da lui fatta erigere per onorare la Madre di Cristo… Ma estendere gratuitamente agli umili le indulgenze che solo ai ricchi era dato concedersi, costituiva appena il principio di una più ampia e radicale emancipazione delle coscienze, e non c’era stato tempo, ed era stato inadatto: «Chi ha frequenza del mondo conosce/le ragioni del mio rifiuto…»(2).
Tali “ragioni”, per altra via, avevano già annientato il Tribuno Niccolò dell’Isola, che gli era stato affianco nella costruzione della Basilica, così come, idealmente, nella lotta contro la corruzione e lo strapotere dei “nobili” aquilani e le regie interferenze di Carlo.
Ipòstasi di quell’ordine, il mondo, mentre attendeva ancora la venuta del «Regno», aveva dunque rinnovata urgenza di vittime, per serbare le sue strutture categoriali… oppure di ‘santi’.
«Santo» vuol dire «altro»… essere l’altro… e poi «altro dell’Altro».
Così, in piena umiltà, e benché inadempiente, entro i suoi limiti, l’eremita aveva accolto l’esempio del solo Maestro, l’imitazione di Cristo, cercando di contrastare il male secondo la propria scienza, di farsi «compensazione».
Epperò era stato amaro il cammino, anche quando il ‘miracolo risolutore’ soccorreva le sue parole… poiché non poté mai essere certo che una folla festante significasse un numero equivalente di coscienze partecipi, anziché di esaltati per un empito di meraviglia, appena liberi da vessazioni terrene.
«L’interruzione della catena di abusi, credo sia questa la ‘santità’ – avrà pensato – purché poi non si leghi alla “regola” antica, e a sua volta finisca per abusare…»(3).
In tal senso, la sua rinuncia risuonerebbe a noi come culmine di una tale consapevolezza, perché ogni uomo è il sacrificatore e la vittima, per lo più entrambi ignari alternativamente di esserlo. Di converso, il «santo» ne è consapevole («destinatario e offerente/pareggiano l’altare»)(4), perciò è colui che, offrendosi in sostituzione, toglie all’uno il coltello della violenza mentre porge nel contempo all’altro l’occasione di «vivere» senza paura… Padre violenza e madre paura, come dèi contraffatti… perché son questi gli strumenti del controllore che alienando da se stessi l’uomo ci alienano il «Bene» che chiamammo ‘Dio’.
Replicava all’uggioso Dante il Petrarca: “Dal travaglio tornava al riposo; dalle nocive dispute ai divini colloqui.”
Questo ci piace, senza alcun pregiudizio per chi volesse diversamente credere.

 

Parte 2a: la parola e l’ascolto.
Sull’«attesa come meditazione e colloquio»

 

L’essere e il mal-essere dell’uomo si fondano nel linguaggio, ovvero nella salute o nella malattia discorsiva (Sprache). Perciò il discorso accade (geisehieht) autenticamente solo nel colloquio (Gespräch), e solo come colloquio il linguaggio è essenziale.
Si potrebbe affermare, allora, che quando «parola ed essere» si corrispondano, è manifesto un «valore di relazione» che il linguaggio è in grado di predisporre e l’ascolto avvertire.
Il che implica che i due ultimi termini siano cooriginari, e che l’unità e verità del colloquio stanno già nel reciproco accogliere che ne sorregge l’esserci in riferimento a quel valore medesimo su cui siamo uniti.
“Da quando il linguaggio accade autenticamente, gli dèi vengono alla parola  e un mondo appare…”(5) scriveva Heidegger. Diversamente un “linguaggio” non è che un fondo (Bestand) su cui si instaura la connessione di fonemi e sintagmi, un aspetto esteriore dell’«essenziale».
Senza un tale riferimento, infatti, non sarebbe possibile neppure (anzi, tantomeno) una disputa (Streitgespräch) […].
Così vorrei credere che non siamo qui, stasera, per edificarci con modico impegno. Se mancasse l’empatia necessaria, lo scadimento implicherebbe l’incapacità di elevare i nostri argomenti da riflessione a «colloquio», da discorso a «valore di relazione», e la premessa risulterebbe vana.

Quest’oggi ci disponiamo all’«attesa» di ‘Celestino’…
Ma attendere ‘qualcuno’ o ‘qualcosa’, significa conoscerlo e riconoscerlo nel suo effettivo «valore», cioè meditare su ‘chi’, o ‘cosa’, veramente attendiamo. Significa, dunque, essere attualmente partecipi della realtà in cui il santo visse e della realtà in cui viviamo, consapevoli, ovvero, delle rispettive differenze e somiglianze che ad un tempo separano e intrecciano le strutture categoriali, e sociali, che sotterraneamente scorrono da una generazione all’altra.
Ma non basta… perché al di là dei condizionamenti con cui il “quotidiano” mostra la faccia, occorre tendere l’orecchio del cuore per avvertire ciò che ai sensi non è dato affermare e che pure sollecita quell’«attesa».
Dobbiamo allora arrestare la “corsa” (che non conduce poi in alcun “luogo” che non sia già virtualmente nella nostra interiorità) e interrogarci profondamente, perché soltanto la meditazione e il raccoglimento possono rivelare l’essenziale e l’inessenziale, consentendo a tutti noi di vivere in osmosi con la «parola» e di espellere, col “clamore” superfluo, l’artificio di appartenenze illusorie, di atteggiamenti parassitari, di accomodanti manomissioni o forzose omologazioni, cioè di quella falsificazione dell’uomo che chiamo «male ontologico».

In quanto credo nella «parola», personalmente so che la “de-finizione” altro non è, e non può essere, che un compito provvisorio mediante il quale affidiamo al linguaggio l’identità che noi siamo al presente, consapevoli che il suo farsi è veniente, o non vi sarebbe intensificazione di valore, né orizzonte di senso, e cioè alcuna forma di verità operante che la co-scienza ha vissuto senza essere condizionata e contaminata… Pertanto, è da ritenersi che tale ‘identità’ o è ampliata costantemente dall’essere in relazione col «segno», o è invalidata dall’esperienza “addomesticata” di un legame “convenzionale” col proprio «essere», compresso nello schema sostitutivo della de-finizione “a priori”.
Per risolvere l’aporia, nel caso specifico di Celestino, dovremmo ormai interrogarci sulla «santità» e non sul “santo”, sul «messaggio» implicato nelle sue azioni e non sul “messaggero”. Solo così, io spero, potremo perfezionare il ‘presente della memoria viva’, situandolo oltre i limiti attribuiti dai giudizi sedimentati.
E se la santità consiste in ciò che abbiamo precedentemente indicato, o, almeno, il suo segno di distinzione efficace, occorrerà seguirne il percorso che dalla Logica del sacrificio conduce al superamento di questa o alla sua interdizione, dunque «all’offerta di sé», che ha principio nel recedere, l’Io, in favore di quei legami, intersoggettivi e sovraindividuali, che hanno accesso all’ ‘Intero’, e non soltanto all’ “utile” che singolarmente ci preme: «Fa luogo in te stesso/per accogliere l’Altro,/soltanto allora si farà Presenza.»(6)
Per essere espliciti, noi siamo i figli dell’indifferenza, i credenti nella Teologia dello spreco, i residui dell’abbondanza… Noi siamo quelli che accetterebbero altre guerre “preventive” e la soppressione degli indigenti, piuttosto che muovere contro se stessi per vincere la sola guerra che può arrestare ogni altro determinismo e contagio… Eppure, se riuscissimo in questo, avremmo disposto la nostra natura ad accogliere lo straniero, il diverso e l’escluso nell’aspetto di Celestino.

Nato a Isernia, o forse a Sant’Angelo Limosano, cioè, in questo caso, non lontano da Campobasso e dai luoghi della sua istruzione religiosa, Pietro Angelerio non era certo inabile o impreparato, né uomo di poca tempra. Prova ne sia il rapido sviluppo delle sue comunità, e il moltiplicarsi – almeno quaranta – di abbazie, chiese, oratori, rifugi, monasteri, edicole e santuari morronesi, disseminati per il meridione d’Italia, e poi oltre, già prima del 1280… Né minore determinazione ebbe a mostrare opponendosi ai ripetuti arbitri del Vescovo chietino Niccolò da Fossa, o al soldato Simone di Sant’Angelo, che avevano cercato di usurparne i benefici o inficiarne l’opera in diverse occasioni.
E neppure mancava di eloquio e saggezza, se personalmente seppe dirimere, a proprio favore, la questione dello scioglimento degli ordini mendicanti, sollevata nel 1274, di fronte a Gregorio X, da Brunone di Holstein, vescovo di Olmütz, al Concilio di Lione. Quanto alla sua istruzione, e alla sagacia di amministratore, sappiamo che Capoferro de’ Capoferri, Arcivescovo di Benevento, lo chiamò a sanare il monastero di Santa Maria in Faifoli, dove aveva trascorso gli anni del suo noviziato… Ma non fu questo soltanto, e ben presto Pietro divenne anche noto per essere ‘abate itinerante’.
Non è poi da dimenticare che la Regola benedettina concedeva dispensa a farsi eremita unicamente a coloro, tra i confratelli, che avessero già dato prova di particolari virtù, non soltanto di vocazione. Dalle testimonianze risulta inoltre che cumulasse conoscenze medicinali adeguate alla sua fama di taumaturgo e, non inferiori, di guaritore di anime, dono che gli veniva certo dall’ ‘alto’, ma anche, per dura acquisizione, dall’assiduo misurarsi in se stesso, fino alla impervietà inaudita di interrogare la ‘Croce’ sulla sua propria carne.
Un eremita, allora, che nel mondo aveva operato al massimo del suo vigore spirituale e intellettuale, ma un Pontefice che, già fiaccato dall’età e dalle privazioni, era assai più disposto a meditare di regni sovrasensibili che di regni mondani… sciolta la vigilanza, ormai, dagli intrighi e dalle pastoie di chi smania per le cose terrene, troppo mutevoli e di incerto profitto per essere considerate, eppure sempre così terribilmente eguali, nel riproporsi endemico della logica antica sotto le ingannevoli spoglie dell’innovato. Apprendiamo, da questo, che «La nostra interpretazione non basta,/e tuttavia le cose accadono/per essere interpretate…»(7), perché se ogni epoca riproduce le sue analogie nel tempo successivo, non c’è altro mezzo per affrancar la memoria dall’invarianza del guasto, che riproduce il modello falsificante in ragione del quale non c’è futuro, ma “attesa” soltanto.

Allora, se il “gran rifiuto” fu segno di consapevolezza e non di viltà, che cosa dovremmo fare per accogliere Celestino, se non approntare in noi stessi il «Modello» alternativo, l’ ‘Altro’ linguaggio che fa silente il clamore e insorgere la «parola»?
Se è vero che il Cristo, autoimmolandosi, libera l’uomo dalla paura della morte, altrettanto lo affranca dal debito della violenza, cioè dalla coazione a ripetere la colpa del sacrificio.
E se è vero che per suo mezzo, ognuno, indipendentemente dalla propria dottrina, può trarre il più nobile suggerimento su come tutto sia possibile condividere, e come a tutto sia possibile rinunciare, non resterà della virtù bastevole, in ciascuno di noi, da seguirne pur modestamente le implicazioni, affinché il carico delle responsabilità comuni sia ripartito, anziché gravare su un’unica vittima? Se faremo questo, abbiamo speranza che Celestino ci visiti, perché avremo agito con lo «Spirito di giustizia» che è premessa sostanza alla religiosità originaria e alle buone leggi… e che perciò spalanca, senza distinzioni settarie, la «Porta santa» della autentica relazione tra questo mondo e il regno che attendevamo, sicché tutto può avere finalmente ‘Inizio’: la solidarietà e l’equa ripartizione, la comunione e la pace, che dello spirito sono espressione, quando l’avidità dell’Io non prevalga nella misura dei nostri verdetti.
Non affidiamo, allora, il nostro giudizio e le nostre speranze di perdono a  “teoremi salvifici”, perché nessuno vorrà salvarci senza la partecipazione e il consenso che la speranza presume e che il giudizio impone, mentre invece, come già in altre epoche, delegando a un “potere” alieno la nostra cura, non faremo che armar la mano contro la prossima «vittima».
La vera scelta ha coraggio, e il suo percorso è fedele… perciò “commemorare” i santi non basta, e occorre farsi «compensazione». E dunque, a maggior ragione, benedetta da un tal personaggio, la nostra comunità deve avere il coraggio del mutamento… reinventarsi quella capacità dirompente che va oltre gli schemi e la superficie di tutto il già detto… esser fulcro radiante di una nuova «parola» che sia chiave del «Regno».
Più tristi i tempi, allora, più occorrerà impegnarci… e anche sapendo che l’offerta sarà inadeguata, non soltanto dovremo offrirci in risposta alle personali insolvenze, ma a garanzia delle altrui…
Concludo con pochi versi che ebbi a scrivere appunto riflettendo sulla sottile differenza che corre tra l’uccisore e la vittima, tra la vittima e il santo… e quale indicibile lacerazione comporta immedesimarsi con l’uno o con l’altro…
«A causa di molti portenti / mi uccisero… / Sarebbe bastato / che il miracolo fosse artificio / perché l’artificio sembrasse loro un prodigio, / e anziché togliermi la vita / mi avrebbero affidato un regno. / Ma una sapienza postuma non giova, / come non giova ad altri / conoscere l’avvenire: / noi siamo i nostri sogni e i nostri errori, / e gli uni non sappiamo abbandonare / e gli altri non ci abbandonano. / Perciò non sono là dove mi vedi / e non mi vedi là dove io sono: / avevi il sole negli occhi / e il Regno ti stava accanto.»

Vi ringrazio, ho concluso

Basilica di Collemaggio                                                                                                                                                      Luciano Pizziconi
    Lì 26 luglio 2007

 

(1) Secondo le fonti si perviene a conclusioni diverse; sicché la nascita di Pietro Angelerio è posta tra il 1209 ed il 1215.
(2) ‘Un monologo di Frate Angeleri’ (P.L. – 2006 – “Memoria e Terre”, p. 102/104)
(3) Una supposizione dello scrivente.
(4) Da: ‘Sacrum facere’ (P.L. – 1998 – “Atti Alchemici”, p. 291)
(5) Martin Heidegger, su alcuni versi di Hölderlin: “La poesia di Hölderlin” – Adelphi, 2001 (“Molto ha esperito l’uomo./Molti celesti ha nominato/da quando siamo un colloquio/e possiamo ascoltarci l’un l’altro…”)
(6) Da: ‘Il vuoto’ (P.L. – 1998 – “Atti Alchemici”, p. 90)
(7) Da: “Altri scritti” (P.L. – 1998 – “Alla Terra”, p. 105)