«Il
privilegio di poter servire»
(discorso tenuto al
Palacio de Cristal di Oporto)
Nell’arco
della mia vita raramente ho ascoltato “parola” che fosse degna di
fede... o “fede” che non fosse già invalidata nella sua prassi.
Sicché, nel fondare il Progetto Athanòr, ho ritenuto equo astenermi da
ogni forma di ambiguità, tuttavia senza smettere di interrogarmi su un
orizzonte che ponesse il discrimine tra verità ed autoinganno, o cercare
l’agire che, al di là delle affermazioni, testimoniasse una «fede»
coerente nella sua pratica e imparziale nei suoi giudizi.
Intendo alludere il «Cum», quel linguaggio del «Noi» che fa anteporre al
vantaggio individuale il ‘Bene comune’ o lo fa coincidere.
Diversamente, allorché si parli del “bene”, ciascuno adotterebbe, così
come accade nel tempo nostro, una visione adulterata e parziale,
soggiacente cioè agli interessi che rappresenta anziché convergente
nello spirito di giustizia che dovrebbe animare le singole istanze verso
un unico referente sensibile.
Occorre allora la riscoperta di un fondamento etico inequivocabile, che
non possa esser causa né oggetto di diatribe pretestuose o
argomentazioni posticce... e che dunque le “opinioni” non possano
scalfire, né l’avidità mutare di contenuto o la faziosità sovvertire...
Si vuole ancora alludere, qui, ad uno stato della coscienza armonizzata
ad alimentare la permanenza del «vincolo solidale», che dev’essere prima
di ogni economia, tecnica, legge, professione, dottrina o statuto
morale, poiché il suo «valore» esprime la sostanza primigenia ed il
nesso di tutto questo e quant’altro di più nobile ed essenziale
stabilisce l’uomo nella sua umanità e, dunque, nel suo rapporto con
l’Altro.
E infatti,
famiglia, comunità, nazione o “villaggio globale” che volessimo
esaminare, come si può non implodere se tali istituzioni perdessero la
forza coesiva e inclusiva del patto per cui sono costituite?
Microcosmo e macrocosmo che sia l’organismo considerato, «Io e Tu»
rimangono paritari e cooriginari finché permane la memoria condivisa del
vincolo che ci trasse dalla natura mitigando gli istinti... e dunque di
una cultura che ne garantisca e ne trasmetta il «Valore».
Si può quindi affermare che «senza solidarietà non si dà cultura»,
poiché verrebbe meno quel delicato equilibrio la cui essenza e il cui
nucleo alimentano il tessuto relazionale continuo nella sua elaborazione
presente... e che ogni forma comunitaria, pertanto, dovrebbe assumere
quale fonte primaria non soltanto della propria sopravvivenza ma della
ragione etica stessa per cui le fu dato di esistere.
Con umile
spirito di servizio, è per onorare quel vincolo che oggi mi trovo qui...
per ribadirne la valenza fondante... se è vero che, mediati attraverso
un tale ‘denominatore’, i nostri idiomi convergono in un solo
linguaggio, in un ‘principio’ condiviso che non può accogliere
manipolazioni né abusi, giacché la sua corruzione porrebbe noi stessi al
di fuori del consesso umano, lasciandoci ontologicamente privi del
«Centro» e del «Cum» che unisce l’essere agli enti e ciascun essere agli
altri esseri.
È nel segno
di questo «Legame» che il Progetto Athanòr si sposta di luogo in luogo,
cercando di contribuire, sia pure modestamente, al sostegno di coloro
che, con i suoi imperscrutabili giochi, la sorte tende ad emarginare.
Vorrei soltanto aggiungere che la presenza di un pubblico così
partecipe, la fraterna accoglienza delle maggiori Istituzioni Culturali
della città di Timişoara,
nonché la sincera adesione di tante personalità prestigiose, mi colmano
di commozione e di orgoglio, perché ciò mi conferma che gli animi
ardimentosi non temono di condividere questo cammino.
Vi
ringrazio. Ho concluso.
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Timişoara,
Università di Vest, Sala Consiliare,
li 29 aprile 2010
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Luciano Pizziconi
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