Progetto Athanor >> Capo III: Arte, Società e Cultura secondo il pensiero di Luciano Pizziconi>> 3.6 Un saggio sulla poesia (Il concetto di relazione applicato ai linguaggi)

«Un saggio sulla poesia»
(Il concetto di relazione applicato ai linguaggi)

(Il canone) «Essere» è relazione. Tale asserto, benché non se ne traggano le conseguenze, con diversa enfasi sembra ormai quasi un luogo comune dalla incerta paternità. In merito, una delle allusioni più forti sta ancora nel dogma trinitario della teologia cristiana, che riflette l’intimità di un colloquio la cui intenzione esonda e si manifesta nel lógos quale «Forma veniente».

Più semplicemente, si potrebbe dire che ogni aspetto specifico della realtà è in rapporto e rapporto tra un principio maschile e un principio femminile, costituenti l’unità duale del «Modello di relazione originario», sostanza per cui l’«essere» si manifesta negli enti in diverso grado pur restando immutato.

E poiché anche la nostra specie ricade nella universalità della regola, indipendentemente dalla esteriore prevalenza di genere, si constata che ogni natura è compresa e di-scorre tra questi campi o polarità: dagli impulsi infinitesimali del microcosmo alle forme logico-razionali che la materia assume nell’uomo. Positivo e negativo, attivo e passivo, umido e secco, osservatore e osservato, intuizione e intelletto, conscio e inconscio, identità e differenza, io e tu... sono sempre, allora, allusioni di tale complementarità ed alternanza, implicate nel flusso soggettivo/oggettivo e implicanti, quale polarità di sintesi, una «Superiore istanza» che, nel contempo, armonizza il molteplice e riepiloga l’uno: l’evolvere nella somiglianza e il permanere nella diversità.

Si evidenzia specularmente che solo l’equilibrato disporsi dei due principi traduce un «valore di relazione» che esprime «essere», referente di tutte le identità e di tutte le relazioni.

Sicché, l’ontogenesi di un linguaggio non può prescindere dalla premessa che, se quel valore si oggettiva nel segno, e se nel segno ‘essere’ e ‘divenire’ s’incontrano, sua eredità irrinunciabile è di rendere attuale il «Modello».

Ciò presuppone un rapporto di verità necessario nel farsi della co-scienza.

Si comprenderà che quanto è stato affermato non è adatto a misurare «grandezze», ma gradi di intensità...

Diviene allora di facile intendimento assumere che, se un linguaggio può fare o disfare l’uomo e le forme della sua convivenza, sono le fondamenta stesse della «Cultura» ad essere poste in gioco, poiché i concetti di comunità, comunione e comunicazione sussistono unicamente in virtù di un atto di fede nella parola, di un patto e di un vincolo condivisi a garanzia di quel «Noi» privi del quale, l’Io, non avrebbe voce né ascolto. «Relazione» vuol dire dunque riconoscere il ‘Tu’, cioè la differenza e l’alterità per cui «conscio» rende esplicito che ‘conosco assieme’ e «coscienza» identifica la ‘continuità di rapporto’, quel «Cum» che stabilizza il vissuto individuale nel tessuto corale dell’esperienza, e perciò universale della «Memoria» e del suo costituirsi valore.

Ne consegue che ogni forzatura dei termini discorsivi falsifica la relazione, giacché la parola, in tal caso, non dice più il nostro essere ma l’artificio che si interpone. È questa l’infermità che diciamo «mal-essere».

E se è pur vero che ogni conoscenza si paga con la perdita di innocenza, altrettanto è palese che non c’è un altro modo di contrastare il contagio che chiedere all’ignoranza di smascherare la colpa, perché il modello sostitutivo che ormai va imponendosi, e di cui si fan carico le oligarchie planetarie, è appunto la riduzione dei vigenti linguaggi alle categorie della soggezione: manipolazione, insignificanza e controllo, che quegli stessi gestori designano come nuova cultura.

È quindi “logica” conseguenza, pur nella pervicace innaturalità e irrazionalità degli effetti, che un linguaggio capace di stabilire autonome relazioni venga “oscurato” o soppresso, in quanto il suo «canone», costituendo una minaccia di «contropotere critico», decodifica le strutture del controllore, destabilizzandone gli apparati e gli “archetipi”... Mentre, un linguaggio “disinnescato”, e cioè omologato, potrà essere accolto nel “màre màgnum” delle parole vane, perché sia complice nell’occultare ciò che non dev’essere esposto alla comprensione: che il gran significante, a garanzia del sistema, in realtà non significa, perché è soltanto la maschera del fuori scena, cioè l’“ob-sceno” di quei poteri.

Infatti lo abbiamo detto: alternativa funesta al «Modello» autentico è il modello parassitario, l’ospite intruso che blandisce, e poi espelle dalla sua funzione, l’io (reso complice e vittima dell’ingannevole troppo-Io), perché il parassita sarebbe incapace di sopravvivere se non quale metastasi del soggetto, inglobando tutto ciò di cui può alimentarsi e, dunque, condizionandolo e invalidandone gli strumenti. Allora, perché un «canone» non lasci varchi a intrusioni, deve consistere di una ‘Norma’ (il «modello»), un ‘Principio’ (l’«essere») e una ‘Regola’ (la «relazione»)... Perché resti vitale, invece, deve contenere in sé gli elementi per essere autoimmune e rigenerarsi in un organismo sociale sano.

(La critica) Vorremmo quindi suggerire un «modello estetico» la cui ‘logica altra’ dica ancora l’«Originario», riaffermando, nella «proporzione etica del giudizio», il segno di congiunzione, la parentela dei nostri idiomi, prima di raccontarci in versi... Perché la «Poesia», che tra i linguaggi deve implicare il segno dell’eccellenza, per esserlo, pone, assai più di ogni altra forma espressiva, condizioni interpretative che non possono essere abbandonate alle dicerie approssimate di una “critica” omologante; che, per motivi funzionali al sistema anzidetto, ha scarsa vocazione e nessun interesse a cogliere differenze di densità, ma unicamente di profitti e di costi, dimenticando che il solo «Profitto» possibile e permanente sta nell’«Utile bene-inteso»: il «Valore» che si trasmette.

Ed è un tal valore, che si trasmette con la memoria e si alimenta con l’esperienza, a far nascere nello scrivente la convinzione che la critica dovrebbe, ancor prima di cimentarsi coi testi, impegnare le proprie eventuali risorse per educare la società in cui opera a ri-trovare l’autenticità del «Modello», restituendo così autorevolezza al giudizio e dignità alla funzione, senza presumere di sostituirsi ai destinatari.

Pertanto, posto che la “critica” contemporanea sappia identificare i moventi che attraverso la falsificazione la agiscono – e così compensare, con sufficiente cognizione e distacco, gli strumenti delle proprie valutazioni rispetto alle quotidiane sollecitazioni che tendono a sovvertirle –, si tratta di riconoscere il «Canone» per cui un linguaggio è «Linguaggio», non di istituirne, di volta in volta, che si adattino ai testi perché dicano altro da ciò che sono.

Per fare questo occorrerà ricordare che il «vero» non è un sommare, è un sottrarre... Ciò che permane è Vāc, «la parola alta», la residua ossatura del nucleo liberato dei suoi impedimenti.

Sicché, ogni sillaba espressa è nel contempo sacrificio (sacrum facere) e rigenerazione del mondo, cioè di quel ch’era prima; noi stessi agenti della trasformazione ed agiti...

Dunque «essere» esige il superamento e la perdita... Per questo l’essenziale della nostra esperienza avrà vita o memoria solo sopportando l’ardere e la combustione: il di più impermanente che fummo per la continuità del poco che siamo.

Perciò il poeta, o l’artista, produce ‘modelli’, è lui stesso ‘modello’, e più di chiunque altro interroga il proprio linguaggio, ritenendo, a ragione, che non vi sia alcun segno, o parola, che resti privo di conseguenze.

Ed è per questo, in antico, che la «pōièsís» era considerata «atto sacro», una incisione e un innesto nella forma del mondo, in quanto, «poetare», apre un varco agli angusti limiti del visibile e del divisibile, squarcia il velo di Maia, lasciando che la parola illumini quegli strati profondi del proprio ‘essere’ che è pure il nostro originario «essere Altro».

Ciò espone l’io ad ogni perdita, non della sola maschera, se la carenza delle sue prospettive non dispone a rimuovere le presunte “difese” che lo isolano dal contesto, privandolo dell’empatia necessaria alla comprensione e rielaborazione della «realtà»... perché, “sembrare” di averlo fatto, non basta.

Infatti, il «Modello», che non muta col variare del grado di percezione con cui il soggetto lo attinge, tanto meno è condizionato da una falsa disposizione della coscienza, che è comunque avvertita quale squilibrio dell’io (maschile) rispetto al secondo termine (femminile), e quindi in disarmonia con l’applicazione autentica della «regola» per cui, l’io stesso, anziché affermarsi è negato. Più ‘essere’ o meno “essere”, allora, rappresentano il corrispettivo di quel «valore» che si esperisce come ‘presenza’ od “assenza”.

Dunque, non tutti coloro che scrivono in “versi” sanno scrivere «versi» o sono poeti, perché restano soggiacenti al modello che falsifica la relazione... Così come molti, che li serbano in cuore, oggettivamente lo sono per la religiosità e deferenza con cui lasciano che la «parola» agisca attraverso la verità dell’ascolto, senza mai incatenarla al servizio dei propri limiti, perché si tradurrebbe, tradita, ancora in altra infermità discorsiva.

In tal caso, «poesia è il di più di co-scienza / che si assume il destinatario...»(1). E, allora, si fa poeta colui che abbandona la caducità dell’“orizzonte” egoico per misurarsi con l’«Orizzonte» aperto, intersoggettivo e sovra-individuale, che riferisce incorrotto l’originario intento del «Segno» e lo destina lontano.

Solo così riappare la «Forma veniente» delle nostre interpretazioni, alternative a quelle che lo stereotipo impone.

Solo così ogni aspetto del «vero» simultaneamente converge nella simmetria essenziale del «verso», che parla con voce propria servendosi del poeta.

(Il testo) Ciò detto, il lettore partecipe potrà valutare la densità del dettato utilizzando, se lo desidera, l’ottica dello scrivente... che, in quest’ultimo scorcio, si riserva unicamente di esprimere personali impressioni.

Sinfonia di pieni e di vuoti”, di Stefania Vastano e Federica Sciandivasci, costituisce una ulteriore testimonianza della diffusa condizione esistenziale indotta dallo stato delle cose... E tuttavia, la differenza che immediatamente si avverte è la sororale empatia delle autrici, che in un crescendo reciproco cercano l’amalgama delle voci e la sintonia di una perfetta unità e nudità di sentire e di senso.

In tal modo ci offrono una prova testuale intensa e severa, una lettura scabra, della realtà, senza ornamenti o ricercatezze stilistiche, sia pure unicamente riflesso di una indagine che non si arrischia oltre i limiti del proprio vissuto, se non raramente e nei termini incerti di chi ha poca dimestichezza con il linguaggio del mondo “esterno”.

È del resto parte dell’eredità femminile custodire gli ‘interni’, prender nota delle ferite senza dar seguito ad enunciazioni accusatorie che sarebbero comunque rimosse, se consapevoli, poiché esser donna è fatica bastante quando s’incarna la storia che si è subita.

Restare allora entro i margini non è più, o non soltanto, riconoscimento dei limiti imposti, quanto garanzia di quei limiti. Sicché, nonostante i sintomi di ribellione che affiorano, la lezione subliminale consiste nella capacità di considerare pazientemente il “destino”, tenendo vivo il fuoco di Hestia affinché la scintilla non venga meno, e perché ogni sorta di amore, declinato secondo il genere femminile, ancora nel nostro tempo non può che essere “sacrificale”, e perciò quasi muto: solo sangue, non lacrime. Non però a capo chino. Questo implica l’«altro»...

Ma l’altro è soltanto alluso: un “contorno” che non ha sostanza non può essere coinvolto né definito. È l’assente; anche quando ha lasciato impronte, dentro la carne, perché non conosce che il linguaggio dell’effrazione, e la fisicità che si adombra argomenta su un piano differenziato.

Così, anche quando lo sguardo delle due Autrici è diretto e provocatorio, non può giungere che a un «Tu» immaginario, perché l’interlocutore è reso inabile a rispondere e corrispondere... è il termine invalidato del troppo-Io. E a tal riguardo la confessione si fa denuncia circostanziata del guasto, che nel quotidiano inganno dell’apparire vorrebbe poi “distanziarsi” da ciò che è e da ciò che non è.

Il merito della silloge, allora, è di rendere espliciti come e perché ciascuno crede di subire una condizione particolare... E questo, in un’ottica soggettiva, si può comprendere. Ma la causa non è che una, e i singoli “fatti” si potrebbero così riassumere, a beneficio di tutti, in quest’unico fatto.

La raccolta si chiude con uno spasimo che cerca quiete...

Ma i conti del dare e dell’avere non possono tornare, sicché non resta che confidare nelle due sole cose che meglio, queste sorelle di elezione, conoscono: l’amore straniero, che pure le ha già tradite, e la sofferenza che l’accompagna, e che pure non le abbandona.

Scrive Federica: “nessuna verità è più grande dell’amore”.

Scrive Stefania: “sorella violata / lascia che sia io ad accompagnar dolore / lascia che io diventi croce”.

Per le forti analogie di contenuti e di circostanze, val qui la pena di riferire un giudizio già dato in un’altra sede.

«Gentile Amica, trovo nella sua scrittura quel diffuso mal-essere che tanto più è logorante, nel tempo nostro, quanto più forte è il cuore che vi si oppone, perché a lei sfugge quale sia il danno a monte di quella assenza che, lamentando invano, ancor più si patisce come diniego all’offerta di sé. Tuttavia, in certo modo, ha ragione, poiché di mancata accoglienza si tratta, ovvero di incoerenza sintattica tra i compiti che alle parole assegnano le “intenzioni”, secondo schemi e programmi falsificati che impediscono la ‘sintonia’. Ciò che occorre è l’anamnesi di questa ‘infermità discorsiva’, che pur trasmettendo la sofferenza non le spiega la malattia, negandole gli strumenti per una cura. E un poeta di questo si occupa: di trovare in se stesso un tal ‘Farmaco’, un rimedio che sia utile a sé nella misura in cui sarà utile agli altri.

È comunque notevole, in alcuni suoi versi, l’acuta percezione che la negata fisicità dell’Altro non è tanto da attribuirsi a “povertà sensoriale” quanto ad estraneità dei linguaggi, a carenza di relazione. Il che renderà inefficace ogni contemporaneità dell’«esserci fisicamente» per l’impossibilità di «essere» nello stesso valore, cioè per l’incapacità di porsi, direi, quali termini complementari nella reciprocità del colloquio. E la frustrazione maggiore (non solo per un poeta) consiste appunto nel restare, ancorché inascoltati, “ascoltati” e incompresi.

Perciò torno a dire che la poesia comporta farsi carico di molto peso e dotarsi di vista lunga, capace dunque di intendere ciò che l’uomo “comune” non tollera, e poi di rendere visibile al mondo ciò che è necessario. In altre parole, decodificare il modello che ri-produce il guasto, affinché venga espulsa la causa e non propagati i suoi effetti.

Ma tanto pericoloso, se non si è medico esperto, e/o sia insufficiente lo spirito indispensabile al viaggio».

«Non val citare versi
e lo scrivente si astiene:
vada il lettore al testo
e dica la conclusione.»

In Ocre, li 20 settembre 2008                                                                                                                                                  Luciano Pizziconi

(1) Nota: In «Tutte le Opere» di Luciano Pizziconi – sezione Poesia (“La parola per il suo verso”, marzo 2008).