Progetto Athanor >> Capo III: Arte, Società e Cultura secondo il pensiero di Luciano Pizziconi>> 3.9 Arte e Universali (L’unità sovra-razionale del mondo nella musica di Maria Russo)

Arti ed Universali
(L’unità sovra-razionale del mondo nella musica di Maria Russo)

Premessa. Si darà per scontato che la facoltà di rappresentarci il mondo simbolicamente sia una attività automatica del pensiero... come se ciò fosse innato e non il risultato di una tensione costante della nostra volontà ad assumere, conservare e trasmettere la verità dell’«Intero».
Niente di più inesatto, a meno che l’“automatismo” non si riferisca al “mondo” particellato, illusoriamente indotto dai condizionamenti esterni e dalle carenze oggettive che ne conseguono.
D’altro canto, ogni trasposizione simbolica è mediata dai nostri linguaggi, ed anche qui torna utile operare la distinzione tra linguaggio «vero» e linguaggio “corrente”, tra ciò che ontologicamente è fondato nell’esperienza e ciò che presume di esserlo secondo schemi falsificati.
Ma la pluralità sta pure per una quantità di formule, idiomi e forme espressive troppo spesso forzate in ambiti che non trovano sbocchi ad una effettiva comunicazione interdisciplinare, intersoggettiva e sovra-individuale per la somma, anzidetta, dei condizionamenti, delle falsificazioni e del “relativismi assolutizzati” che ne deformano la ricezione. Dunque, non tanto per la diversità estrinseca di linguaggio, quanto per una intrinseca incapacità di trasmettere la differenza sotto il denominatore comune di un medesimo contenuto.
Sicché, seppure volessimo considerare il “mondo” secondo l’infinità delle ottiche particolari, dovremmo ammettere che non si sta parlando dello stesso «mondo»... Non dell’Unus Mundus, poiché partecipare dell’universale significa possedere gli strumenti per concepirlo, e a questa facoltà necessita non soltanto l’affrancamento dalle sovrastrutture mentali e la reintegrazione delle capacità critiche di interpretazione e di sintesi in un più ampio orizzonte di senso, bensì occorre che i linguaggi, come le “ottiche particolari”, per l’appunto si parlino individuando un riferimento, un punto d’intersezione o, in definitiva, un «Valore» che li metta efficacemente in comunicazione, o meglio, direi, in «comunione».
È sotto l’egida di un tale vincolo che i raggi di una ruota (i linguaggi) si uniscono al mozzo (valore di relazione) e si intendono, imprimendo da questo la forza che determina il moto lungo tutta l’estensione del cerchio (il Mundus, l’Uomo)...
Compito di eccellenza, che un tempo si assumeva l’«Arte»... “arte” che oggi - per la somma invalidata dei troppi artifici - impone, anzitutto, di ridefinire l’artista.

L’Artista. Quale che sia il percorso individuale, c’è una invarianza di fondo, nei nostri linguaggi, i cui effetti si esaltano nei linguaggi dell’arte: e cioè la diacronia cui soggiace la psiche nel cogliere il modificarsi degli elementi costitutivi della realtà e nel tradurli in ‘segno’... perché un segno ha valenza nel suo contenuto, e il contenuto è un farsi dell’anima sottoposto alle regole dell’esperienza... “Arte”, infatti, “è un’esperienza di verità” (Gianni Vattimo), condizionata, pertanto, dalla ineludibile anteriorità dei fenomeni che impressionano il nostro vissuto.
Sarebbe allora risibile l’estenuato ripetersi di fantasiose “avanguardie” che improvvisano e riproducono l’inessenziale, che rimane estromesso, e perciò inattuale, rispetto alla essenzialità e unicità dell’«Intero».
Così non fosse, la “creatività” risulterebbe estranea alle proprie intenzioni, una sovrapposizione meramente concettuale, un effimero dell’eccedenza... poiché vorrebbe dire più di quanto non sia sapendo meno di quel che è.
È una tale consapevolezza che esilia l’artista in un luogo di solitudine, là dove saranno la finitezza o la compiutezza del proprio mezzo espressivo a decidere la rinuncia del pavido o, per i pochi eletti, la ricerca di quel «punto d’intersezione» che libera l’«Universale» dai limiti soggettivi, disponendo l’ascolto da cui fluisce l’«Originario». L’esperienza fondante.
In tal caso l’arte cessa da ogni ammiccamento o rappresentazione “additiva”, sicché non è più camuffamento del già trascorso o alterazione del dato, ma è bensì annunciazione, che, nella simultaneità di valore e di senso condivisi, esperisce e traduce in «Forma veniente» il non-dato.
Soltanto allora lo “scollamento” diacronico si rivela alleato, affinché il contingente sia fissato al reale e l’«Intero» alla sua trasposizione simbolica.
Per questo ogni enunciazione dell’esperienza originaria ricade nell’esperienza temporale, e l’immediato è mediato: perché siano comunicati. La mediazione dell’artista diviene perciò l’espediente che inserisce il non-dato nel dato, il tempo vero della coscienza nella coscienza ciclica della Storia. Espediente che dilata i sensi e la percezione, strumento della natura al servizio dell’«Altro».
Non è inganno: è il divieto che rivela l’accesso.
Non subito, tuttavia... perché l’artista antivede, e allora, più di chiunque altro, necessita di un ostacolo che lo rallenti, o ci perde... o si perde.
Cosiccome la vita, infatti, l’arte si manifesta superando i confini bio-logici del soggetto... che soltanto una potente volontà di effrazione, volta a volta ridefinendo quei limiti, può trasmettere alla memoria. Una messa a fuoco per gradi, cui il talento non basta.
E, nel caso di Maria Russo, è di facile comprensione assumere che ogni sua composizione rivela un «Oltre» diversamente irrappresentabile, mai il “convenuto in scena” del totalmente rappresentato. Ciò che eleva il talento a genialità ed il mezzo espressivo tanto a modello estetico quanto, per istintivo riflesso, a proporzione etica del giudizio.
È per tali percorsi, non eludibili, che la musica di questa compositrice perviene agli universali, racchiudendo ogni sua frase un discorso ed ogni sua nota il molteplice e l’Uno.

Conclusione. Ma un modello ha valenza soltanto se contiene in sé gli elementi per essere superato, altrimenti non vive, tanto meno rivive... e informerà di sé il quotidiano per potersi trascendere.
Ogni trasposizione, dunque, partecipa dell’«Originario», sono varianti dell’‘Uno’ e del ‘Primo’, cioè un persistere nel tentativo simmetrico di vederlo realizzato nella Storia.
L’artista evoca cioè il referente cui dovrà adeguare se stesso, pertanto non può che agire eticamente al suo cospetto, o sarebbe vanificata la relazione per cui egli è un artista. In altre parole, la funzione estetica di un linguaggio inerisce direttamente l’eticità del modello, testimoniandone l’autenticità. Dunque non è un additivo anteriore, né calcolo postumo del soggetto: è bensì fedeltà alla «Misura», poiché conduce a restrizioni che nella società sono svantaggi.
E come pochi, Maria Russo, ha compreso questa lezione, esercitando la naturale disposizione con il rigore che dello strumento fa estensione di sé. E il virtuosismo e la tecnica, a un tale livello, esprimono una sincronia ben più alta delle funzioni fisiche e intellettive, perché denotano un grado di annullamento dell’Io e di osmosi della persona con il «Modello» comparabili all’esperienza metafisica e religiosa. Sicché, a mio umile avviso, se la parola riscrive l’anima, la musica di Maria Russo ne decanta le pagine, perché, nelle sue esecuzioni, si coglie una purezza aurorale, una magia che rimanda alla voce primigenia del mondo, all’empito di un abbraccio che tutto accoglie e rinnova
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In Ocre,  li 12 febbraio 2010 Luciano Pizziconi
(Membro H.C. dell’Ass.ne Int.le Critici)