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CAPO IV: Il Teatro di Luciano Pizziconi: alcuni documenti e testi

La Forma veniente
(tra etica dei linguaggi e metafisica della parola)
di Massimo Pasqualone

(La Forma veniente: tra etica del Linguaggio e metafisica della Parola)
Un libro, ha scritto Lichtenberg, è uno specchio che aiuta a conoscersi, e il “Socrate”, che qui presentiamo senza la millanteria di “spiegarlo”, è speculare all’Autore.    Perciò, in questa sede, è soprattutto lui che ci preme di raccontare, il poeta-filosofo, Luciano Pizziconi.
La trasmissione della filosofia in versi è antica quanto la filosofia stessa e la speculazione religiosa, presenti nell’Avesta e nei Veda come nella grande tradizione greca, che va dai primi filosofi naturalisti fino a Parmenide e Senofane (il quale affermava essere, ciò che crediamo sapere, un “groviglio di congetture”, mentre il Nostro converte l’assunto dipanando quei nodi in flusso di relazioni, e quello ch’era soltanto “vero-simile” in ciò ch’è simile al vero).    In una intervista del 1999, Pizziconi affermava: «Il rispetto per la parola deve tradursi in un corrispettivo impegno capace di ricondurre il segno alla sua matrice, là dove il denominatore che accomuna i linguaggi è anteriore alle differenze che li separano.    Per questo la mia ricerca si riassume e conclude in un Modello di relazione, necessario e possibile, i cui dispersi frammenti si ricongiungano nella liturgia del Dis-corso, a difesa della funzione sociale e sacrale della parola.    Solo così un poeta è poeta: poiché può intendere e farsi intendere: nonostante “Babele”.    Un poeta -egli dice- conosce tutti i linguaggi, perché non confonde i compiti assegnati al dicente con la Parola stessa…    non ha deliri di “appartenenza” o di “onnipotenza”».
Da questa prima considerazione già si coglie la volontà e la coerenza, nel percorso di Pizziconi, di proporre una Weltanschauung, veicolata attraverso il dettato poetico.    Assai in breve (si rimanda ai suoi numerosi articoli e saggi, presto raccolti in volume), il principio unificante che ne rende coeso il messaggio origina da una approfondita riflessione sulla valenza etica e sul significato autentico del rapporto con l’A/altro, poiché, essendo Dio stesso «Relazione» (sia pure al di là di quanto ne possiamo supporre), Egli sta “dietro” il modello referente cui ogni soggetto sa e deve tendere, naturalmente attratto dalla Sua identità per quella regola o norma con cui la realtà stessa si pone e che, dunque, ci è dato assumere e secondare servendoci dell’esperienza e dell’interpretazione.    Come l’A. dice, si tratta di «rinunciare alla parte per acquistare l’Intero», anche se il Nostro si esprime avvalendosi di concetti originali (e perciò più allusivi e pregnanti).    E’ così che l’attenzione per l’alterità diviene, nel contesto che ci riguarda, evocazione della Presenza…    la solitaria e dolorosa cerca di chi vede oltre il dato, ponendo al centro della sua speculazione i veri limiti della coscienza umana o, per dirla con Jaspers, di un io gettato nel mondo, scisso tra sofferenza e rigore, attualità e trascendenza…    E’ un percorso di individuazione e di veglia che però non approda, come anzidetto, ad un dio personale, ma all’Arkhè, il Modello relazionale entro il quale (o dietro la cui maschera) si cela il Principio, per lui innominabile e tuttavia evidente, riflesso negli «dèi dell’origine» (la Coppia dei dialoganti che manifestando l’Essere concepisce se stessa negli enti: la Originaria Sostanza).
Ma più di qualunque commento, risulterà efficace citare alcuni versi del poeta: «Il contenuto della Sostanza / è l’essere dormiente; / il contenuto dell’Essere / è la sostanza cosciente»…    Oppure: «Fa il vuoto in te stesso / per accogliere l’Altro, / soltanto allora si farà presenza»…    E: «ognuno è l’Essere / nell’essere di Ognuno: / siamo all’interno del sacrificio»…    Ovvero: «Avevi forse una mano soltanto? / Tu sei il destinatario e dunque / sei tu l’offerta» (“Opera Omnia”).    Perciò, per l’A., poesia è l’elemento simmetrico del divino capace di irrompere nella natura, revocando il guasto che attanaglia ogni erlebniss…    Analogamente, Emile Boutroux, filosofo della libertà, più volte ha sottolineato che la scelta si impone sulla necessità deterministica (e sul rozzo meccanicismo delle ideologie dottrinarie) come potenzialità creatrice, che si accresce elevandosi da un ordine all’altro, in una ascesa che si realizza nella pienezza dell’Essere (analogo l’in-diarsi di Teilhard de Chardin).    Ma il Nostro va oltre, affermando che «accogliere la necessità e interpretarla rivela il volto meno severo di Ananke: Eros»…   E qui le definizioni non bastano più, perché occorre trasumanare il giudizio, appunto, dalla parte all’Intero, vedere le cose come un mistico o un poeta.    «Destinatario e offerente / pareggiano l’altare…»    Ecco la Norma, resa operante nello spirito di giustizia, che alimenta e sorregge l’Insieme, la Bilancia della parentela e del patto originari…    Ecco la «Superiore Istanza» di cui ci parla, il «Non Soggiacente» cui allude: una premessa alla presenza di Dio e dunque all’esserci dell’ente, alla potestà del soggetto.    E’ così che egli converte l’accettazione del modello etico necessario «nella libertà condivisa dell’amore, che è Dono partecipato, e che, in quanto supremo arbitrio, non sopporta più costrizioni di “senso”, essendo l’Amore stesso il Senso di ogni interpretazione.    Il valore iniziale e finale».
Vicino alla visione eckhartiana del Dio Tutto-Uno-Nulla, così si esprime il poeta, in merito all’esserci dell’artista, nel suo saggio “Conosco assieme”, quasi che l’invocazione perpetua che Gli rivolge possa trarlo a manifestarsi: «Se l’arte vera è patrimonio comune, è vero artista colui che discerne la propria funzione, e non si concede eccedenze, giacché, lo voglia o no, produce modelli, è lui stesso “modello”.    L’artista può intricare o distendere la tela a farsi linguaggio, perché il “di più che ci manca” è assai sovente “il di più che ci nuoce”.    Quando la fede di un artista e l’arte sua sono le stesse, vieta lo stereotipo perché vieta le appartenenze, ama solo l’Originale, che non estende le categorie dell’infermo, che non frattura il discorso in segmenti capziosi…    L’essere è molte voci.    Quanto più essere viene destato, tanto più Essere torna, o permane.    Cerca pertanto un vincolo che il tuo linguaggio non possa tradire, non i riferimenti a un dettato di comodo, è ciò che mi dico.    Etica originaria è quella che sostanzia il modello, l’orma; l’etica dell’artista, invece, lo rende ancora presente.    Perciò l’artista deve sapere questa piccola cosa: che tra gli esclusi, l’Essere, è il primo degli esclusi, o non vi sarebbe esclusione(“l’essere che tu cerchi, / devi trarlo dal nulla”)».    Itinerarium mentis in Deum.    Quasi controcanto alla proposta di Karl Barth, il verbo è attualità costante nella interpretazione dell’A..    Così il compianto Ignacio Matteo Blanco in una memorabile riflessione del 1995, apparsa sull’ Archivio di Psicologia e Psichiatria: “La poesia è una saggia mescolanza dei due modi di essere, unica e inconfondibile…”,    laddove il Nostro, presentando “Alla Terra”, ci dice: «La poesia è atto d’amore per eccellenza, poiché ristabilisce la relazione interrotta o la instaura, quand’era assente.    Ed è proprio per questo che non può esservi poièsís, cioè atto creativo, nella “coscienza” che alberghi l’ovvio, il dato apparente, l’a priori significato, che ne ostruiscono la Forma veniente, vanificando le nostre interpretazioni (l’intromissione della copia, infatti interrompe la relazione, estinguendo l’Originario)…    Dunque io vi domando la veglia, che è costanza del Dono…    io vi domando di chiudere gli occhi e di assumere il vuoto…    io  vi domando un cuore che veda e una mente che accolga…    Poiché, se una rinuncia è l’inizio, rinunciare a “se stessi”, sia pure un solo momento, perfeziona l’offerta che riconduce all’Altro, là dove tutto sgorga dall’amore dell’Offerente, fino all’ultimo destinatario.    Fino a ognuno di noi».
Una sintesi del percorso zetetico del filosofo romano, si può già desumere dalla relazione tenuta al “VI Congresso Internazionale di Cammineria Ispanica” sul tema «Il vuoto come risorsa estrema del poeta e luogo dell’Altro.    Ovvero: i percorsi dell’individuazione nella struttura insignificante», nella quale riassume la stretta connessione tra le strutture del linguaggio e quelle del potere, che solo la Poesia è in grado di smascherare…    Perciò Pizziconi affida alla parola il compito estremo, dopo averla ormai decantata…    perché induca la sostanza a manifestarsi o ne deduca l’essere manifesto: «Non c’è costanza di relazione, senz’essere, né esserci senza (una) sostanza (relata)…    sicché la sostanza potrà intuire l’Essere per sua capacità induttiva, mentre l’essere può dedurre Sostanza per potenzialità intuitiva.    La simultaneità è Memoria.    Ma la memoria di cui vi parlo non è riepilogo successivo di eventi che tornano a rappresentarsi in cerca di lenimento: questo è soltanto ricordare, l’antefatto di relazione.    Ciò che implica il Fatto, invece, è il risultato che l’esperienza induce nello stato della sostanza, e che riflette nel percipiente il livello di essere cui la coscienza superiore perviene, trasmettendo alla totalità del reale l’intera dinamica del processo di formazione e trasformazione, sia sul piano simbolico dell’individuazione che su quello effettuale corrispondente.    Memoria, dunque, è appercezione istantanea di tutte le relazioni che il Modello originario può assumere, ha compreso e potenzia nella forma attuale»… E’ lo stesso A. che ce lo rammenta, in “Parola ed essere”, destinata al “I Congresso Iberoamericano di Cammineria Andina”, e ancora inedita.
Seguendo il filo della sua intuizione, onnicomprensiva e versatile, la ricerca che il Nostro conduce è, quindi, di natura essenzialmente teoretica e, accanto al notevolissimo dettato poetico, lo testimonia la riflessione sul/i linguaggio/i e sugli organi di potere che gravitano attorno ad esso/i.    In un suo articolo, “L’invarianza edipica nella cultura del potere”, Luciano Pizziconi argomenta i pericoli di un controllo, premesso o immanente, alle strutture linguistiche e categoriali: «Accade sempre più spesso che il potere voglia rappresentarsi; e poiché non intende mettersi in discussione ma far credere d’esserci, elude l’assenza allestendo spettacoli.    Non è questione di chi, non è questione di parti: la commedia si adegua a chi sale sul palco, esibendo la  di lui infermità.    E’ così ribadito che il solo movente per cui i teatranti si accordano, ponendo in atto la scena, consiste in uno “specifico senso dello spettacolo”, che va clonando i suoi pre-testi ad arte anche se il testo non sa nulla dell’Arte. (Il potere, infatti, riproduce il modello del controllore, cioè l'assenza dell'Originale…   e l’assenza rafforza il potere, che non ha altra sostanza se non quella dell’esperienza di cui ci priviamo o deleghiamo ad esso: “Là dove l’essere è assente, / là il controllo s’insinua” - Atti Alchemici -) ».
Egli denuncia qui apertamente la «contraffazione del Modello referente attuata dal “mediatore” (elemento storico della copia) che, alimentando i procedimenti che viziano la psiche, condanna la funzione primaria dell’Eros (la comunione) entro gli schemi strumentali di prelievo e di accumulo previsti dal “controllore” (elemento metastorico) quali, ad esempio, il “Complesso di Edipo”, suo cardine all’interno delle unità elementari che ne sorreggono l’edificio… Un falso scopo che, traducendosi nella “edipizzazione” di tutti i rapporti, ostruisce la Relazione, imponendo, con il sistema chiuso degli “a priori”, che gli strumenti discorsivi e l’autonomia di giudizio dei singoli soggetti siano delegati al controllo». A tal proposito, decisamente plastica si rivela l’analisi del modello contraffatto: «Per questa via il controllo della sostanza avviene ‘ab origine’, sotto le speci del tempo, del cibo e del concepimento… ovvero della coscienza di sé, della produzione e della sessualità, ma nell’ordine inverso, poiché il controllo comincia dal “basso” (è la scissione, nella relazione/sostanza, dei dialoganti che formano l’intero in due termini estranei, squilibrati ed opposti). Da qui procedono le categorie che si appropriano dei linguaggi (con il miraggio di una sopravvalutazione dell’ io-conscio-maschile), fissando dei limiti impropri agli strumenti concettuali e intuitivi, livellando la capacità critica e la potestà morale del soggetto massificato: il medio-destinatario… che della realtà riceve solo impressioni false o programmate». Tuttavia, egli afferma (ricordando la non-linearità degli effetti che un programma produce) che, «persa la complementarietà bipolare in cui la realtà si realizza e si pone, è appunto la pressione intollerabile (esterna alla coscienza e interna al sistema) di una impossibile pre-determinazione a far implodere ciclicamente il controllo… ed in questo è provata la duplice inconsistenza (soggettiva e oggettiva) delle sue previsioni, benché il modello (ovunque testimoniato nel banale ripetersi dell’errore) sarà riprodotto fino a quando potrà associarsi a un linguaggio e coincidere ad una qualunque forma di “mediazione”…    Cioè fino a quando, la copia, non sia denunciata ed espulsa, privando il controllore di connivenze e di appoggi, ripristinando l’Alternativa».    L’Esperienza.    In altre parole Pizziconi ribadisce che occorre sì decantare i linguaggi delle eccedenze, restituendo «essere» al segno, ma, affinché la proposizione si avveri, è necessario vuotarsi dei contenuti devianti che ostruiscono la relazione impedendo al Modello originario di tornare operante.    Questo vuol dire, con parole sue, «esser noi la scrittura…    (non puoi curare infatti la malattia con gli strumenti dell’infermità discorsiva)».
In un altro breve saggio, ritorna sulla “Cultura come socializzazione simbolica e memoria del vincolo solidale” poiché, se come argomenta, una cultura non può disattendere la sua funzione primaria di comunicare essere all’essere, e cioè di accoglienza, «l’Altra cultura è, nel contempo, esperienza amplificata (rapporto mistico) e memoria del vincolo (differimento mitico dell’incontro)… sicché, un codice sostitutivo di fonemi e di segni, via via più articolato e specifico, traslato nella pratica quotidiana e nel ricordo dell’ascendenza comune, si fa linguaggio mitopoietico e realtà metafisica (Luogo di relazione, Logòs), capace cioè di ricondurre all’Origine i dispersi di tutte le nostalgie…», con insistita allusione ad una Cultura i cui linguaggi non siano strumentalmente polarizzati sull’io, ma dis-corsi tra i termini («se verità è relazione, allora la Cultura è amicizia e l’accoglienza è Linguaggio…»).    La sua Norma è equilibrio, armonia dell’insieme che è Uno.    Occorre dire che non si conoscono molti, nel panorama contemporaneo, che abbiano espresso con tale chiarezza e potere di sintesi elementi di riflessione tanto innovativi e complessi…    Rilevantissimi, poi, se non assolutamente inediti, nella teorizzazione di un metalinguaggio che non soltanto ci avverte della intromissione perpetua di un modello falsificante a monte delle nostre interpretazioni, ma ce ne fornisce il movente, gli elementi costitutivi e le modalità del ripetersi.    L’invarianza.
Attraverso l’analisi della violenza, veicolata dai mezzi di comunicazione, memorizzata nella paura, strutturata nel conformismo dell’ego, l’A. disegna nei suoi tratti essenziali una psicologia del potere che è, insieme, storia della coscienza e coscienza della storia, cioè rivela il “coito” eternamente interrotto delle relazioni umane.    «E’ per questo - egli dice - che non può esservi tregua: è il “mediatore” stesso che alimenta “Babele”, riadattando o inventando i suoi “dialetti categoriali” e i suoi simboli pretestuosi a difesa del vantaggio malamente acquisito, forzando la parola entro i canoni delle sue appartenenze e il giudizio negli a priori di senso…    E’ così che riproduce ed estende le nostre malformazioni: sia in ambito ideologico che religioso, tanto nell’arte quanto nella filosofia e nel diritto…    sicché il solo principio evidente che ci rimane consisterà nella “logica” di chi può sostenere il suo errore.    E’ il modello schizoide, all’interno del quale l’estetica non è utile e la logica non è etica. Soltanto se ricondotti alla Esperienza fondamentale, infatti, questi “momenti” del linguaggio tornerebbero aspetti complementari di un unico contenuto relazionale, perché attinti al valore corrispondente secondo lo stesso peso e misura» (da: “Altri Scritti” – 1996/2003). Luciano Pizziconi è buon maestro e buon padre, senza tuttavia attribuirsi paternità né saggezza.
E’ perciò conseguente, ritenendo con Vattimo che Arte sia un’esperienza di verità, ma avendo già inferito da tempo che «verità è relazione», e che pertanto debba intendersi in una prospettiva dialettica e fenomenologica di cui l’essere (il valore) sia causa ed effetto, «superando l’aporia di una “sostanza ideale” in rapporto con le sue qualità ma impedita a conoscersi» (per l’immanenza del modello falsificante, che separa estetica e logica, economia e morale).    Non si può non essere d’accordo con il poeta-filosofo quando afferma che «la parola rispecchia un valore in assenza del quale il soggetto perde il suo referente e al di sotto del quale un “valore” non ha più consistenza…    Parola ed essere sono una cosa sola, o non saranno mai oggettivabili ».    E’ questa, in disarmante sintesi, la conditio sine qua non, il nocciolo della vexata quaestio: «Forse, per restituire dignità alla poesia (come ad altri linguaggi) occorrerebbe verificare se, all’interno di una struttura logico-normativa di cui si possieda la chiave, siano implicati o premessi gli elementi che ne giustificano l’apparire (sia la parola stessa funzione dell’essere o suo motore)», scrive l’A., e ci dispiace contraddire Raffaele La Capria, che ancora pensa la poesia nei termini oleografici di un solipsismo sentimental-romantico…    Diversamente testimonia Coleridge, che denuncia questa semplicistica tendenza, amica di ogni contraffazione, come “un disturbato fantasticare della noia”, riecheggiando il foscoliano giudizio sul “verso che risuona e non crea…” (Le Grazie).    Costituiti come soggetti-di-desiderio, come esseri-di-dimenticanza, aspiriamo sempre ad Altro e ad Altrove…    Privi del Referente, dunque, che oggettivizzi ed amplifichi la relazione, l’essere è infermo.    Avendo assai meglio inteso in che consista il problema, lasciamo la conclusione al Nostro: «L’infermità discorsiva interrompe la relazione… Falsa è la poesia che affossa la redenzione del nostro linguaggio».
In quanto critico letterario, riflettendo su “Nella notte impenetrabile”, di R. Minore, l’A. riprende il noto assunto degli “Atti” per sottolineare come la poesia consista «nel di più di coscienza / che si assume il destinatario…» e, dunque, «che occorre prendere le distanze da ogni tara del pregiudizio e del sapere apparente, fino a che nulla più si frapponga tra il fruitore e l’offerta…e cioè fino al punto di liberare il poeta dalle sue stesse “intenzioni”, oltreché dalle nostre, lasciando che l’inconscio esprima i suoi contenuti nonostante la forma (provvisoria) che fummo in grado di liberare o di accogliere.    Dalla costanza ubiqua di una tale lettura dipende l’interpretazione, poiché il segno tornerà a parlare allorquando, ridestati uno all’altro, soggetto ed oggetto coincidano nel presente significare.    Date le condizioni, la poesia ristabilisce la relazione, rimuovendo gli ostacoli che impediscono all’io di risalire alla Fonte generatrice dell’esperienza».    Con queste premesse, Pizziconi, teorizza un valore della parola che di fatto ha già stabilito…    una poesia per sua natura etica, un’etica per sua natura poetica.
Caratterizzanti, in questo momento di ulteriore meditazione, sono la denuncia contro l’eccedenza e l’abuso, la riflessione su cosa sia o non sia l’onesta finalità di un linguaggio, «ovvero se il bello e il buono, se l’utile e il vero (o quello che si è argomentato di seguire) siano tali da costituire un sistema autonomo di forze che simultaneamente convergano nella simmetria essenziale del verso e se giungano, dunque, a liberare quegli stati incombusti dell’anima ove, dissolti gli a priori di senso, riappare la Forma veniente delle nostre interpretazioni, alternative a quelle che lo stereotipo impone». Come più volte ha detto, Pizziconi considera etica la naturale estensione del momento formale nella prassi attuativa del discorso, ritenendo necessariamente sottinteso il fatto estetico, che dà per scontato («dove non c’è espressione non c’è linguaggio»). In tale contesto assume una valenza primaziale, e direi quasi ontica, la precisione del semantema e l’attenzione ai campi semantici che, nei suoi versi, diviene verdetto, evidenza, pacificazione…    tradursi, la parola, in valore.
A questi livelli di interpretazione, ogni precedente polemica tra i “maggiori”, in merito all’uso “appropriato” delle parole, scade o s’infrange di fronte alla densità espressiva e concettuale del Nostro…    E ci sembrano del tutto obsolete le osservazioni che Pascoli  muove a Leopardi o Montale a Parini…    Quanto all’affermazione di Croce che, ad esempio, riteneva “giustificato” il poeta che non azzeccasse i nomi degli uccelli, non essendo un bracconiere, ebbene, da Lui non ce lo saremmo aspettato. Sono discorsi che potrebbero, al più, riguardare l’infanzia del nostro linguaggio, ma non trovare sede o paternità nel contesto di quanto Pizziconi dichiara e pratica quale poesia, poièsís…    Infatti altrove egli dice: «Il segno risulterà falsato o falsificante nella corrispettiva assenza di forma o di contenuto che sono i termini dialoganti nella sostanza-persona, non essendo autentico il rapporto che l’ io intratterrebbe con il modello referente, la Superiore Istanza relata a tutte le esperienze soggettive»… e dunque, aggiungiamo, il valore non potrebbe essere partecipato, poiché il poeta stesso non sarebbe in grado di coglierlo.

Sicché l’Arte annunciata dal Nostro è «quella cui non fu posta mano», e benché molti, da Croce a Wezel, abbiano ammesso che l’intuizione estetica conosce il fenomeno, ben pochi, a nostro avviso, l’hanno pienamente vissuto e, meno ancora, compiutamente inteso.    «L’artista non può agire che eticamente, o tradirebbe il modello per cui egli è un artista»… perciò, denunciando il «vaticinare insensato dell’inquietudine, che vorrebbe omologare alla cronaca del soggetto cieco la misura dell’universo», egli afferma che «le eccedenze diverranno scarto, mentre la cura sarà passata sotto silenzio». Mario Luzi ha giustamente sostenuto che “erigere un monumento di parole, sottratte alla sorte del comune linguaggio umano è un sogno abbastanza ingenuo, e presuppone l’antica visione del tempo come perdita e corruzione”…    Laddove il Nostro, in effetti, ha inteso la Relazione come capacità dell’inverso, e cioè non quella che si esaurisce nel rimpianto e nella desolazione, ma si rinnova col venire in essere, nel mondo, di ciò che il suo Modello include allo stato virtuale, offerto sì, ma ancora gelosamente custodito…    Poiché la Forma veniente cui si allude è crescita e non dissipazione, alimentando l’Essere che sta oltre l’impermanenza: l’Identità, nel valore, di tutti i soggetti, il Referente di tutte le relazioni.    «I modi, o rapporti, o sostanze specifiche, secondo cui la realtà si realizza e si pone - osserva il Nostro - rappresentano manifestazioni oggettive di quel Modello di relazione originario (o Principio absconditus) cui conformarsi, poiché vigila sul vincolo religioso e quello giuridico, sulla persona pubblica e quella privata, realizzando il soggetto morale nella concreta autonomia o denunciando, con la sua assenza, il fallimento e la soggezione dell’io (la relazione interrotta).    Solo accogliendo questa Logica integra (l’etica del Modello) rendiamo operante la Sua norma, rispettandone l’equilibrio…» Ed è questa l’Estetica cui il poeta costantemente allude, «poiché unicamente nel rispetto dell’insieme e dell’ultimo è possibile attingere la proporzione dell’Intero… Come dire che la giustizia è garante della bellezza, o la verità dell’amore, quando scorre tra i termini dialoganti di cui ogni autentica relazione è costituita». Infatti, ove fosse uno squilibrio in atto, e cioè assenza di relazione, come potrà sussistere una matura espressione?    E dove sarebbero mai la “bellezza” o l’“amore”? Ribadisce il Nostro: «Se l’atto conferma la proposizione, allora ciò che sostanzia la parola è il fatto… 
E poiché l’etica del Modello è tutt’uno con le sue proporzioni, l’estetica è nella logica che sorregge l’insieme» (da: “Appunti inediti”).
Ancora in “Parola ed Essere”, il filosofo afferma: «Il “Da-sein” di Heidegger configura il passaggio dell’uomo dall’esistenza all’esserci, da una condizione di chiusa passività dell’io all’interpretazione (Auslegung), al progetto aperto (Entwurf) che, lo abbiamo ripetutamente accennato, può attuarsi solo attraverso un modello cui tutte le relazioni siano naturalmente riferite.    E allora, ragionare sulla propria funzione, e cioè porsi correttamente, l’io, come termine discorsivo di un flusso relazionale continuo, significa ristabilire quell’unità elementare che consente di riepilogare il Tempo e di accogliere, per successive inclusioni, tutte le alterità dell’Insieme.    Così l’uomo ad-viene a Sé stesso.    E’ questa la Co-scienza implicata, intersoggettiva e sovraindividuale, che attua la Superiore Istanza, che ri-conosce il Non-Soggiacente.    Qui le etichette non hanno corso, gli spot e gli slogans tornano al mittente, e i moralismi settari pesano sul dicente.    Qui non c’è che un medesimo Oggetto di pensiero, ove il Senso converge, ove il Centro è da ogni direzione.    Il che spinge a rifondare il giudizio sopra la norma dell’Intero, il cui perno consiste nell’equilibrio dei termini, la cui misura si rende oggettiva tanto nelle proporzioni estetiche del discorso che nei contenuti etici del momento relazionale, poiché inerisce l’Essenziale…    Forse anche per questo Hegel, sulle orme di Kant, avrebbe rifiutato tanto la tesi di arte (nei suoi molti linguaggi) come imitazione, quanto la tesi di uno “scopo didattico o morale” di essa…    Infatti, in ciò che abbiamo affermato, etico è il modello stesso con cui la Realtà si pone, discorrendo il Suo essere mediante un rapporto che per sua natura non è surrogabile con precetti o regole estrinseci».    Commentando un passo dello “Zohar”, il poeta conclude: «Solo il severo impegno conduce all’Arte (Linguaggio), e l’attestato più alto è la parola che si fa poesia… Aperta al suo interno, la relazione spalanca le porte del sistema chiuso sul Senso, trasumanando la originaria necessità del modello nel libero arbitrio dell’amore, e le ragioni etiche della condivisione nella gratuità del Dono partecipato: le ragioni dell’Essere.  E se la parola è il Suo moto oscillante, che Lo congiunge alla nostra veglia, e questa veglia alla Sua memoria, trasformare le premesse in discorso significa ridestare il Dormiente, secondare il non-essere all’essere, ciò che ancora non è manifesto a manifestarsi tra noi.  Nella Forma veniente».
E. di Carlo ha scritto che la poesia di Luciano Pizziconi è “un’orazione contro la barbarie… la sua filosofia un anticorpo contro ogni imbecillitas (debolezza argomentativa) che renda opaco il giudizio”…    Quanto a E. Valeri, ha sottolineato che “destabilizzando le nostre provvisorie e dubbie certezze con parola essenziale, ci restituisce alla veglia, liberi finalmente da quello stato onirico in cui la maschera vorrebbe soggiornare…    Perciò la sua lirica, affrancata da ogni ornamento retorico e dal carico delle premesse concettuali, si fa esente da forzature, dall’angoscia del risultato”…    E ancora, mutuando dal Nostro, lo studioso ne riferisce il pensiero: «Occorre dunque un denominatore comune, un obbligo accolto attorno al quale costruire la Civiltà di domani con le ragioni dell’oggi, o la ragione stessa non sarà mai civile abbastanza da consentire un modello che renda etico Dio…».    Da queste sia pur brevi considerazioni, si evince che la riflessione dell’A. traduce in concetti una esperienza reale; non sta desumendo da un meccanismo approntato…    Sicché, seguendo un percorso per lui naturale, sfocia in una metafisica della relazionalità che è poi metafisica della parola, cioè di tutta la realtà che può essere colta dal nostro linguaggio.    Conoscitore del pensiero di Bateson, sembra superarne l’ormai digerito antropocentrismo.    Infatti, se per l’autore di “Verso un’ecologia della mente” è necessario far spazio ad un uomo più estetico e, insieme, più ecologico, e il “cosa sia” quest’uomo debba trovarsi soprattutto nel riconoscimento di quella trama che connette tra loro le forme viventi, dimentica però il rapporto che fa integra la persona e dunque l’ecosistema umano, che si relaziona all’ambiente secondo errate premesse…    Perciò Pizziconi prende l’avvio dalla salute dell’individuo (l’unità elementare) per giungere alla salute del nostro mondo, naturale e interiore, che egli riduce ad unità complessa.    Ma questa via comporta, egli vede, risanare il linguaggio, poiché l’uomo non solo esprime concetti o trasmette nozioni, ma è la parola con cui il suo essere entra o no in comunione, con cui è o non è in relazione.    E’ questa parola che finalmente designa, restituendo insieme autonomia al significante e universalità al significato…    premessa, per l’uomo, di quell’Interazione finale che è la questione fondamentale non solo di ogni filosofia, ma della vita stessa poiché, ricordava Todorov, “la relazione precede la vita” e, per citare Mounier, “la persona è un groviglio di relazioni”.    Il tema della diversità, dell’identità e dell’unicità, dunque, per il Nostro si risolvono nella parola, dando così l’avvio ad una visione unitaria e imparziale delle cose…    Cioè secondo quell’esperienza di verità che è poi «Etica di Artista».

CENNI SUL SOCRATES.   Farsi carico dell’Infermo, e la Norma è il suo graal, la medicina che si distilla nel “Socrate”.    Teorizzando la relazione tra parola ed essere, il poeta evita i concetti abusati o la “facile presa” che potrebbe avere sollecitando risposte viscerali, ma di nessun effetto, sulle coscienze.    Tuttavia, quello che ci domanda è un rapporto che origini dalla responsabilità per condurre alla Compassione.    Egli lo chiede con tale insistenza che non tralascia alcuna circostanza per dimostrarne la necessità irrefutabile, ed è la sua stessa pena a convincere, che si ritrova nei versi (e non solo del “Socrate”).    Molti i livelli di lettura, ma tanto cruda si mostra l’essenzialità della trama, che solo un visionario inerme potrebbe sopportarne il peso, restando intollerabile al filosofo la sorte dell’innocente.    Eppure la vicenda era nota. Cosa ci mosse alla pietà o allo sdegno…    e perché poi, d’improvviso, la legge, quanto meno efficace nelle sue ragioni, tanto più ci parve inasprirsi?    Ogni parola emerge come scarna proposta…    Se mai pudore si potrà chiamare tale esplicito darsi, mai fu elargito altrove senza ostentarsi.    Tanto vi è condensato il crimine, in questi versi del “Socrate”, e il movente delle sue stesse origini, che solo una mente indenne dalla tentazione del sacrificio poteva offrirne la chiave, e la permuta è lui, il poeta-offerente, che si porge in sostituzione.    E’ la vittima, infatti, che sorregge come un mozzo invisibile i raggi della ruota (la comunità) e il moto del carro (il progresso dello spirito)…    sicché il 13° visualizza l’occultamento, la relazione interrotta, l’esproprio dell’alterità femminile, la mimesi sacrificale…    lo scarto di Uno tra calendario lunare e solare, l’antitesi tra Norma (la regola materna, naturale, interiore: il bios) e la legge (paterna, contronatura, diritto esteriore), che dovrebbe manifestarne storicamente la logica e invece la sovverte nello jus del più forte, che poi chiama “mos maiorum”, “tradizione”, “cultura”…    Compiuto nel compiersi, il Tre e il Quattro.    Il “Socrate”, all’interno della trilogia, rappresenta il passaggio dall’etica della responsabilità (il dinamismo del tre, dopo l’etica del destino e della remunerazione) all’etica dell’amore (la stabilità del quattro), ove Norma e cultura, legge e Natura, coincidono.
Per concludere.
Il limite tra metaforico e concreto, reale e immaginario, interiore ed esteriore, connesso ad un forte anelito di libertà morale, è la cifra poetica e filosofica del “Socrate” che, dalla prima stesura del 1979, vede ora la riedizione in una significativa traduzione pentalalica.    Il lavoro di scavo psicologico che l’A. compie non è passato inosservato a chi ha capito, nelle more del dialogo filosofico, la profondità ermeneutica della struttura dialogica che, simmetricamente al filosofo del “conosci te stesso”, è manifesto palese di un linguaggio inclusivo, le cui componenti, dalla matrice relazionale ai corollari etico-poietici, sono state illustrate in precedenza.    L’imputato-Socrate-umanità è definitivo: «ognuno è l’Essere nell’essere di Ognuno». Ecco la Norma, che l’alterità dialogica (Giudice) non riesce a comprendere, perso ancora negli strumenti di una antiquata “razionalità” presocratica, inconsapevole della svolta epocale intuita solo da Nietzsche.    La logica storpia è la devastante ipocrisia del conformismo, è il razzismo dello spirito, è la fede nelle appartenenze che, come “Socrate” insegna, si contrappone ad ogni serio discernimento.    I ventotto giorni della ridiscesa agli inferi pseudo-percettivi che l’Imputato compie, costituiscono la litania dell’uomo che si affida al silenzio.    Non è brutale oscurità, però, che l’attende…    Speranza che in Pizziconi assume una connotazione particolarissima, frutto non di una temporalità presagita, ma di un “non ancora” che affonda le sue radici nella continuità Uno-Tutto, trasformandosi in un’ontologia del Diritto e delle leggi certe, dai cammini tracciati. E’ il pianto del Testimone che, nell’Epilogo, forte della cicuta ingerita dal maestro, introietta, erga omnes, l’opera buona che non sussiste, ma resta: come Buona Opera.