Progetto Athanor >> Capo V: La Poesia di Luciano Pizziconi – Raccolte antologiche>> 5.5 Nel cuore della Majella

Ascesa al monte dell’Eremita
(nel cuore della Majella)

Prego l’assorto e indifferente cielo,
così puro eppur privo di senso,
e gli domando a quale amore mi chiami
o mutar di orizzonte
(benché sappia che la risposta verrà
quando sarò affrancato).
E m’incammino.

Ormai cippi di un evo lontano,
pievi costellano questa landa assolata
che conobbe il tramestio delle greggi
e il clamore abbagliante dei fuochi
nelle soste notturne,
e i molteplici accenti e le preci
di pastori e viandanti.
Cerca lo sguardo attonito
tracce di pellegrini alacri e transumate genti,
che i rovi polverosi trattengono
sotto il suolo della pianura.

E mentre già s’inerpica il varco
dentro il corpo della montagna,
chiara presenza avverto degli altri destini
che al pari di me conobbero
il peso e la densità del cammino.
E ripercorro le vestigia antiche
lungo erbosi tornanti e per sontuose valli
che risalgono boschi dal frondoso respiro...
là, dove orante il passo
su nuda pietra arranca;
là, dove ogni umano dilemma trova
la sua propria misura allo snodo di molte vie.

S’inoltra l’anima, a precedere il corpo,
fino ai muschiosi anfratti dell’umida terra,
nel verde cupo del folto,
ove non giova interrogare il cielo
e più possenti le radici stanno
abbarbicate ai sassi sotto morbide spoglie,
ove la luce gronda tra caduche foglie
in perle che ritingono l’aria e, rimbalzando,
tintinnano.

Scendere nel profondo ancora,
dove l’ombra è invisibile e l’impronta più nera,
e con maggior fatica, ogni volta, salire.
Così è l’andare per asperrime forre,
dove neppure il lupo s’azzarda né il rapace fa nido.
Così, per sentieri scoscesi e accecanti giogaie,
fin dove forse l’acque dolcemente riaffiorano
con sotterranea frescura dalle vene pietrose...
acque che poi in vorticoso affluire
s’incontrano nell’ascesa,
e per mille gole risuonano di tonanti boati
precipitando tra le macchie piumate di ginestre ed eringi.

Salire, fin dove esposta la frattura si mostra,
fin dove altera, la Madre, più non respinge,
e chiostra adamantina, in vetta, la sua fronte incorona.
E lenisce.
Così, al suo cospetto, in silenzio,
fare offerta di sé per far pace col mondo.
Poi ridiscendere, nell’aria tersa ed asciutta,
il sole alle spalle,
e con lo sguardo abbracciare coste chiomate di fluenti pini
che dirupano immerse in lontane caligini...
e così inspirare l’infuso di brezze,
la medicina che si fonde alle resine
oltre le scabre e frastagliate balze sospese sulla marina.

Ma più la vista s’approssima più non distingue
quell’ondivago flusso di mutanti alchimie
tra l’increspato verde e il respiro azzurrino
che reinventano gli elementi.
Sicché l’acque che furono divise nuovamente convergono,
il «basso e l’alto» come prima della creazione.
Ora non vedo che un solo «Orizzonte»,
e tutto ciò ch’è possibile, così come «allora»,
appare incontaminato.
«Luce» che non si nega, non si possiede né estingue...
gemma che inonda e vive come l’amor divino.

Luciano Pizziconi, li 28 luglio 2012
(In ricordo dell’escursione del 18 luglio 2012).