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CAPO VII: Epistolario, conferenze e convegni

Epistolario

Lettera I – 26 Marzo 2012 – a Michele Ferruccio Tuozzo.

Fratello caro,
tu non ignori certo che la «parola» è togliere l’eccedenza per conoscere l’essenziale... e tuttavia mi chiedi un percorso inverso a quello che ho già concluso, un “commento” breve ai versi di Nassiriya.
Ma per l’appunto è il «verso» che sa essere “breve”, laddove riaccorda la profondità di senso alla parola alta, mentre la “prosa” è traversa, poiché smarrisce la direzione nei vicoli ciechi e nei vincoli intermedi che ostruiscono il quotidiano.
E infatti la pōièsís già implica l’aver decifrato il seme che si annuncia come «reale», e che il poeta fa emergere dal silenzio e trasmette in quella originaria magia ove ritmo e scansione, timbro e significato si fondono nell’unico segno che identifica il «vero» ed i suoi inseparati attributi, estetici ed etici. Il verso vola mentre la prosa arranca.
Sarebbe perciò un regresso tradurre una poesia secondo l’eco degli “a priori” che riattingono l’ovvietà del già detto e il già dato.
Dunque, è ciò che la «parola» scientemente aliena – non ciò che aggiunge –, a far affiorare l’abscondito dalle scorie che impediscono di vedere, dalle trame dei riti, dalla ortodossia del convenzionale e, di fatto, da quella complice “prosa” delle commemorazioni che invischiano la ragione e il sentire, azzoppando il balzo di una chiara interpretazione che ci levi dal sonno dell’impotenza.

Io stesso, quando orfano della pōièsís, ho sperimentato come non sia possibile curare la malattia delle parole con gli strumenti dell’infermità discorsiva, né proporre, con tali mezzi inficiati, una alternativa al “modello”, imposto o insufflato, delle strutture mentali e sociali, poiché tale alternativa vivrebbe soltanto se contenesse in se’ gli elementi per essere superata... o resterebbe una clonazione dell’infausto “altro” con mutato sembiante e immutata sostanza.
E allora credimi, fratello caro, se affermo che dei miei versi ho già detto quanto coerentemente e onestamente è possibile, perché «la poesia si compie nel di più di coscienza che si assume il destinatario...».
Rimando ad essi, pertanto, nella speranza che dicano meglio direttamente, e che poi una diversa e collettiva condizione interiore sappia leggere le discrasie del sistema e possa infine sostituire l’assuefatta rassegnazione al ripetersi del dolore e del male con una ferrea volontà di espellere da noi stessi la cecità e l’indolenza che, alimentando fatalmente i lutti, inevitabilmente riproducono il pianto. (L.P.)